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O CAPITANO! MIO CAPITANO!

5 Set

FIVB Beach Volleyball World Championships, Main Draw

 

Racconto di Daniele Zandò, allenatore e preparatore atletico professionista. Scrittore per passione. 

Stanno per scoccare le due di una mite mattina di Maggio e sono ancora sdraiato sul divano di casa mia. Occhi spalancati e l’adrenalina che finalmente va sciamando. La stagione precedente avevamo portato a termine un’impresa incredibile. Una sola partita persa e promozione in pompa magna alla categoria successiva. Un anno di festa si potrebbe dire. La realtà aveva raccontato di una squadra con talento e una mentalità operaia. Sempre pronte al sacrificio, allenandosi con costanza tutto l’anno. Erano una buona squadra, decisamente non la più forte all’inizio, ma si sono imposte con autorità.

Il nuovo corso quindi imponeva una salvezza e, vista l’annata trascorsa da qualche mese, si pensava più che fattibile. A complicare la situazione un doppio salto di categoria causa cambio del regolamento.

Sin dalle prime battute si fantastica su promozione, campionato da giocare per ambire a posizioni importanti e così la squadra operaia torna in cantiere.

L’illusione che nulla sia mutato comincia a sgretolarsi a sole tre settimane dall’avvio dei lavori. La presenza agli allenamenti comincia a essere bassa. La prima amichevole ci regala una prestazione con conseguente vittoria falsa quanto una promessa politica durante la campagna elettorale.

Il numero di giocatrici agli allenamenti sarà ridotto al lumicino e le successive amichevoli mostreranno una squadra in stato confusionale, priva di idee di gioco e di ordine.

L’avvio di stagione non solo sarà difficile per i risultati, che definire pessimi sarebbe un eufemismo, gli attriti interni alla squadra e qualche parola di troppo dagli spalti renderà il periodo infuocato come una torrida giornata nella Death Valley.

Giunti a questo punto, con una squadra distratta, allenatori con maggiori competenza sugli spalti rispetto a quello che abitualmente guida la panchina, ci si trova a dover capire come raddrizzare la rotta di una nave che punta dritta verso delle minacciose cascate.

Una vittoria conquistata sul campo ringalluzzisce la compagine che ha perso la retta via e per qualche settimana sembra che si stia tornando in carreggiata. Chiaro che avere una sola squadra alle spalle in classifica fa pensare che la stagione, per come è stata programmata, sarà una disfatta.

Si passa al piano B riducendo il numero di allenamenti settimanali, cercando di far respirare un gruppo che sembra soffocare dalla pressione dei continui impegni in palestra.

Il livello di prestazione sale. Si cominciano a vedere dei risultati a livello di gioco e lo spogliatoio ormai è cementato il che fa guardare al domani con sereno ottimismo. Si arriva alle ultime tre partite della stagione, nelle quali ci si gioca semplicemente un miglior posizionamento ai play-out.

Quella delle tre sfide più semplice verrà vinta 3-2 soffrendo per più di due ore. La più difficile regolata a nostro favore in casa per 3-0 e quella alla pari ci vedrà uscire sconfitti 3-2 lontani dalle mura amiche.

Per preparare i Play-Out, ossia due anni di programmazione in una manciata di set, si hanno a disposizione circa due settimane. La squadra anche in questo caso non riesce a dare la presenza fisica e a volte mentale che ci si aspetterebbe vista la situazione. Si aggregano al gruppo due ragazze della seconda squadra, due ottimi elementi che aiutano ad alzare il livello di gioco e rimpinguare le fila scarne durante le sessioni lontane dal pubblico.

Nella gara di andata inizia con una tensione incredibile. I volti dell’una e dell’altra squadra sono come pietrificati. I primi punti saranno quasi tutti errori. La squadra ospite ha disputato un’ottima stagione, mettendo in mostra un sesto posto condito da trentatré punti, ossia quasi il doppio dei nostri diciotto e nettamente più avanti del nostro decimo posto.

Gli avversari sono chiaramente più forti, con un gioco più veloce e, seppur sbagliando anche loro, il nostro massimo di questa sera serve a malapena ad arrivare a ventidue punti in due set. Si perde 3-0, senza scusanti e senza poter recriminare nulla. Cala il sipario e la gente comincia mestamente a defluire dalla palestra.

Il post partita è il momento in cui bisogna capire cosa si è sbagliato, al contrario si cerca di trovare qualcosa che sia andato bene.

Riparto da cosa è girato. Abbiamo a disposizione due allenamenti e vedremo di fare il possibile. La presenza del primo è corposa, nel secondo causa vari impegni diciamo limitato. Si va a cercare di uscire a testa alta da questi Play-Out.

Il primo parziale è subito acceso. Errori da entrambe le parti con la squadra di casa, quella messa meglio in classifica al termine della stagione, che verso metà set ha un guizzo che la porta fino al 21-17. Mi giro verso la mia panchina per capire eventuali cambi, oppure come far giocare tutte nel caso di probabile sconfitta nel set. Avendo perso 3-0 l’andata alla squadra ospite, cioè noi, basta perdere un set per abdicare dalla categoria.

Poca presenza, a volte testa lontana dalla palestra o infortuni vari ma, in questi due anni, una cosa la mia squadra l’ha imparata: lottare sempre. L’ha imparata talmente bene che in questo primo set lo ricorda anche a me, vincendolo davanti a un pubblico di casa attonito.

Capisco che non tutto è perduto, che finché la matematica, il fato o come lo si voglia chiamare non ci abbia condannato agli inferi della terza divisione bisogna provare a scalare le pareti dell’inferno.

Do indicazioni alle mie giovani in campo, ridisegno la difesa in base a chi attacca e da un momento all’altro mi ritrovo con un joy-stick in mano a disputare la gara. Le ragazze sono talmente concentrate che eseguono qualsiasi indicazione gli venga dettata. Sul finale di set siamo ancora noi avanti, ora ci giochiamo tutto nell’ultimo parziale.

Il ritmo sale, il pubblico ospite incalza la squadra a più non posso. Siamo sul 19-15 per noi e opto per un cambio. Il nostro laterale di esperienza è visibilmente provato e inserisco una delle due giocatrici della seconda squadra. Fatichiamo in attacco ma abbiamo guadagnato sulla parte difensiva con l’innesto di energie fresche. Errori, punti, azioni e grida… di gioia… computo dei set pareggiati.

Essendo pari come numero di set tra andata e ritorno si giocherà un ‘golden set’ che come regolamento sarà uguale ad un tie-break. Al termine la squadra vincente disputerà la seconda divisione l’anno seguente.

Siamo in fase ‘macchina’ come la definisco io. Sentimenti ed emozioni non ci appartengono in questo momento, abbiamo solo in testa una cosa: giocare per vincere.

Gli avversari sono stremati il che ci rende la vita facile, di fatto dei primi otto punti apposti nella nostra parte del tabellone elettronico quattro saranno errori in battuta della squadra di casa.

Dopo il cambio campo inciampiamo in un momento negativo. Gli attaccanti faticano a passare e la minaccia di perdere il gruzzolo intascato comincia a farsi pressante. Proviamo soluzione da ogni dove ma è la palleggiatrice che spedisce la palla verso la zona 1 avversaria al secondo tocco allontanando così nubi e paure. Vedo qualche volto delle mie eroine tirato per la pressione dell’impresa, a volte vincere è così bello che fa paura.

Arriviamo sul 14-8, ci manca un punto, il muro avversario non trattiene, porta la palla nel suo campo e le grida inondano la palestra come uno Tsunami. Si è compiuta l’impresa, o meglio, hanno compiuto l’impresa.

In mezzo al campo mentre sostengo una posa per una foto, un abbraccio o un saluto fatico a metabolizzare quanto accaduto. Fino qualche ora prima ero convinto che la sera sarei andato in branda sconfitto da un evento sportivo, quindi ora i miei programmi vanno, fortunatamente, in frantumi come un vaso di coccio che cade da un tavolo.

Ci avviamo verso l’uscita per i soliti commenti di rito e realizzo che è stata la mia ultima partita con tutte loro. A Gennaio avevo informato la società che non avrei proseguito come tecnico della squadra. Le assenze e la poca motivazione erano sicuramente anche colpa mia, quindi era meglio cambiare la guida per dare una scossa o comunque limare uno dei problemi.

Mentre tutti festeggiano con sorrisi che potrebbero sfidare le leggi della biomeccanica, io sono combattuto, perché pur sapendo di aver preso la giusta decisione, il vuoto incolmabile che lasceranno tutte loro nella mia vita sarà un peso che porterò per molto tempo.

Nell’ultimo incontro mi hanno fatto capire che ogni minuto speso con loro era valso più di ogni altra cosa e, dopo essere salite sui loro banchi come nel famoso film ‘L’attimo fuggente’, mi hanno tributato l’ultimo saluto: ‘O capitano! mio capitano!’.

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VINCI CASOMAI I MONDIALI

4 Apr

Oriali

Questo poche righe sono dedicate a chi ha fatto del sacrificio e del sudore la propria missione, nello sport come nella vita. E’ dedicato agli Oriali, ai Cunego…a tutti coloro che hanno vissuto il palcoscenico dello sport nell’ombra, vivendo spesso di luce riflessa. Nel mondo dello spettacolo si chiamano “spalle” e alcune di loro sono diventate così famose che a lungo andare hanno preso il posto delle “prime donne” nel cuore della gente.

Nella maggior parte dei casi senza i gregari gli atleti più famosi non avrebbero nemmeno lontanamente raggiungi i traguardi tanto ambiti. Rivera non sarebbe entrato prepotentemente nella storia del Milan senza l’apporto di Lodetti, Mancini non avrebbe brillato negli ultimi anni di carriera senza l’aiuto di Almeyda, e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Spirito di sacrificio, tenacia, passione, duro lavoro e dedizione al raggiungimento degli obiettivi, motivazione fortemente intrinseca, sono solo alcune delle qualità che un buon gregario deve possedere. Alcuni atleti lo sono per natura, altri lo diventano, stimolati dalla passione, unica e vera linfa vitale per diventare non solo grandi campioni, ma anche grandi gregari.

C’è una bellissima canzone che riassume in poche parole lo spirito del “gregario”. Buon ascolto e un  “in bocca al lupo” particolare a chi ha fatto del “lavoro sporco” la propria passione e soprattutto la propria missione.

UNA VITA DA MEDIANO, di Luciano Ligabue – 1999

una vita da mediano 
a recuperar palloni 
nato senza i piedi buoni 
lavorare sui polmoni 
una vita da mediano 
con dei compiti precisi 
a coprire certe zone 
a giocare generosi 
lì 
sempre lì 
lì nel mezzo 
finchè ce n’hai stai lì 
una vita da mediano 
da chi segna sempre poco 
che il pallone devi darlo 
a chi finalizza il gioco 
una vita da mediano 
che natura non ti ha dato 
nè lo spunto della punta 
nè del 10 che peccato 
lì 
sempre lì 
lì nel mezzo 
finchè ce n’hai stai lì 
stai lì 
sempre lì 
lì nel mezzo 
finchè ce n’hai 
finche ce n’hai 
stai lì 
una vita da mediano 
da uno che si brucia presto 
perché quando hai dato troppo 
devi andare e fare posto 
una vita da mediano 
lavorando come Oriali 
anni di fatica e botte e 
vinci casomai i mondiali 
lì 
sempre lì 
lì nel mezzo 
finchè ce n’hai stai lì 
stai lì 
sempre lì 
lì nel mezzo 
finchè ce n’hai 
finchè ce n’hai 
stai lì

 

LA MERAVIGLIA DEL CORPO, di Tommy Del Santo

4 Giu

La Filosofia e lo Sport. Due grandi passioni, da sempre. Due mondi apparentemente distanti, opposti, contrari…l’una, la filosofia, attività contemplativa, teoretica, di pensiero…l’altro, lo sport, attività pratica, di campo, di sudore e di fatica…due mondi opposti, ma forse solo apparentemente…All’alba del pensiero filosofico si riteneva che essa, la Filosofia, nascesse dalla Meraviglia, da ciò che si manifesta e problematicizza l’esistenza, e il filosofo fosse di conseguenza colui capace di meravigliar-si di fronte a tale accadere…essere pieno di meraviglia, come diceva Platone; la meraviglia è lo stupore che di fronte all’accadere, al manifestarsi delle cose, sospende il respiro e lascia a bocca aperta, che entusiasma come un mistero chiuso in se stesso, come un bocciolo nell’atto del suo fiorire. Si può essere meravigliati, diceva Aristotele, di fronte a difficoltà semplici, comuni, quotidiane, come fu in principio del filosofare, ma anche di fronte poi a problemi maggiori come i fenomeni della luna, del sole e degli astri, o dell’origine del cosmo. È forse la capacità del manifestarsi del mondo di incarnarsi nel senso della nostra propria esistenza, di far corpo con la nostra vita, che ci fa meravigliare per l’una o per l’altra cosa; la filosofia nasce da ciò che scalda il nostro sangue, che suscita il nostro dolore o il nostro piacere, che smuove il nostro sentimento, che scuote il nostro vivere…è la meraviglia del nostro Corpo aperto al mondo! Quando la filosofia iniziò a suscitare meraviglia nel mondo greco, lo Sport era già nato da tempo: tracce di manifestazioni ultramillenarie si radicano pressoché in tutte le culture, nella stessa cultura greca ne troviamo testimonianza già nei poemi omerici, l’agone omerico; eppure potremmo propriamente parlare solo di giochi agonistici, di competizioni svolte, qui come in altri contesti, in riferimento a rituali guerrieri o a celebrazioni funebri, secondo un’antropologia dell’agonismo, non ancora di sport; forse, come per la filosofia, lo sport è un fenomeno tipicamente greco, nato nell’antica Grecia con l’istituzione dei Giochi Olimpici, fenomeno fondamentale, tratto portante di quella cultura, tanto da scandire, con la sua cadenza quadriennale, il conto del suo tempo. E cosa meravigliava di più il popolo greco, richiamandolo da tutte le parti, sbigottendo persino gli stranieri ospiti, che non quelle manifestazioni, decantate e celebrate da sempre?? I Greci hanno fatto dello sport una meraviglia, consegnando ai posteri tale grandiosa eredità, la meraviglia della bellezza dei corpi in azione capaci nel confronto, nello scontro, di gesti straordinari, che scuote la vita come una sua metafora, che agisce nel dolore e nel piacere con la vittoria o la sconfitta, che illumina nella gloria e fa cadere nell’oblio, che non finisce di stupire. Allora come ora. Perché a distanza di oltre duemila anni, lo sport, come fenomeno universale che accomuna popoli e culture, che si radica fortemente nell’esistenza di tantissime persone, è capace di raccontare storie uniche, incredibili, ogni volta diverse nel loro fascino. La meraviglia, dunque, a unire Sport e Filosofia, ma forse, e soprattutto la Meraviglia del Corpo…perché a dispetto della storia millenaria trascorsa, è il Corpo ciò che può paradossalmente ancora meravigliare, la filosofia e lo sport, unendoli in una nuova sfida, come un impensato ancora da pensare, ciò che può ancora stupire, qualcosa ancora da raccontare. Una sfida per la Filosofia, innanzitutto, se è vero che per lei “il corpo è la cosa più difficile” come sosteneva Heidegger, se è vero che essa è cresciuta da sempre in un fraintendimento del corpo, come sosteneva Nietzsche: la sfida è allora andare oltre questo fraintendimento, che considera il corpo come “tomba dell’anima“, fin da Platone, che lo mortifica ai dettami dello spirito con la cultura cristiana, che lo lascia all’ombra del pensiero, della res cogitans cartesiana, che lo scruta con l’occhio di ingrandimento anatomico delle scienze, sempre come fosse una mera cosa, un oggetto. Il corpo è molto di più, è l’apertura originaria della nostra esistenza al mondo, è la circolazione e lo scambio di senso con esso, è vita vivente in azione, la nostra stessa esistenza…è tutto questo, e molto altro, nulla di definitivo, perché non si può rinchiudere sotto la pretesa oggettiva di una definizione, è ovunque e in nessun luogo, sempre altrove, altrove nel mondo, sulla punta del bastone cui mi appoggio, come diceva Sartre, o là fin dove indico, punto zero del mondo rispetto a cui le cose si dispongono, a cui si dà un sopra un sotto, un avanti un dietro, un vicino e un lontano, punto di incrocio di percorsi e spazi della nostra esistenza, come diceva Merleau Ponty; questa sfida che attende dalla Filosofia un nuovo senso del corpo, può traslare come un dono inavvertito, ma fecondo, anche al mondo dello Sport; perché anch’esso, forse, e forse in modo colpevolmente inconsapevole, condivide (paradossalmente, perché lo sport sembrerebbe a prima vista un’esaltazione della corporeità) quel fraintendimento che fa del corpo sportivo un corpo macchina, macchina da prestazione, agglomerato di organi, funzioni o sistemi da perfezionare in un incremento indefinito della sua capacità prestazionale: in questo scenario di fondo si muovono forse tematiche quali il doping, quali una competizione sfrenata portata all’estremo, dove sembra si sia giunti a un estremizzazione del gesto sportivo, alla sua eccessiva distanza dalla portata della gente comune, con conseguente perdita di interesse, quali malattie e infortuni in costante crescita ecc. Ma sulla scia di una riflessione più approfondita di un nuovo senso del corpo andrebbero lette anche nuove tendenze che richiamano a uno sport non più prestazionale, ma alla portata di tutti, uno sport del benessere, del piacere e della forma fisica, di categorie sociali verso cui prima c’era una barriera, del contatto con la natura e l’avventura, della salute, delle sensazioni del corpo vissuto, quasi che il corpo diventasse in tutto questo il luogo della ricerca di senso di identità postmoderne che sembrano disperdersi d’altro canto ovunque, in miti tribali, in mondi virtuali, in incroci e mescolanze ecc…quasi che in questo mondo caotico, dove sembra emergere in modo sempre più profondo una carenza di senso, si avesse il sentore che un nuovo senso passi per la riscoperta del corpo, attraverso il veicolo dello sport. E forse, in maniera più sottile, anche attraverso la riscoperta della filosofia. Lo sport è la filosofia dunque, nella meraviglia del corpo…e una Filosofia dello Sport, come una sola grande passione!

www.philosophyofsport.net