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CONOSCO UN RAGAZZO…

11 Lug

STRESS SPORT

Conosco un ragazzo – ormai quarantenne – che nel quartiere dove vivo è considerato un idolo del calcio. Questo perchè è davvero bravo coi piedi. Vederlo palleggiare e giocare riscalda l’animo. Da giovane è stato nel giro della nazionale ed ha giocato nella primavera di una nota squadra professionistica di serie A. Da piccolo è stato un bambino prodigio. E’ stato corteggiato dai migliori club italiani. Veloce, potente, dotato di una tecnica sopraffina.

Vi starete chiedendo, dove ha giocato? E’ un calciatore famoso? Ebbene, sapete cos’è successo? Non è riuscito nemmeno a diventare un giocatore professionista. E sapete perchè? Perchè non “aveva la testa”. Ogni volta che entrava in campo tremava. Stava male. Addirittura “vomitava” nello spogliatoio prima di una partita importante. In allenamento sembrava un campione, mentre in gara diventava un altro. Le gambe gli tremavano. Era terrorizzato. I suoi allenatori hanno tentato invano di aiutarlo, rimproverandolo, mandandolo in panchina, insultandolo, incoraggiandolo ma nei tempi e nei modi sbagliati.

Oggi è comunque un uomo realizzato nella vita e nella sua professione. Ma non è mai diventato un calciatore professionista. 

La domanda che spesso mi sento rivolgere è la seguente: “dottore, come mai in allenamento rendo moltissimo mentre in gara non riesco ad esprimermi al meglio?” .Ebbene, di persone ed atleti come il mio amico ce ne sono moltissimi. E’ fondamentale andare ad indagare sulle cause più o meno profonde che portano un giocatore a comportarsi in questo modo. Autostima bassa, poca auto-efficacia. Scarsa intelligenza emotiva e difficoltà nel gestire le emozioni. Stress e pressioni elevate. Eccessivo focus sul risultato. Le cause possono essere molteplici.

Ciò che è importante è non sprecare le propria abilità, le proprie doti, il proprio talento. Tempo fa un importante scienziato disse che l’intelligenza più importante è certamente quella emotiva, perchè ci permette di gestire, comunicare e comprendere al meglio le proprie emozioni. Come il mio amico, senza una buona intelligenza emotiva, puoi essere dotato di tutto il talento possibile, ma vai poco lontano. E’ fondamentale allora analizzare con un esperto le cause e le dinamiche che ti “limitano”, sviluppando adeguati percorsi di Mental Coaching e ritrovando il piacere di praticare lo sport per il quale “sei nato”.

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DEDICATO AI PIGRI…

5 Feb
pigrizia
Questo articolo è dedicato ai pigri. A quelle persone che hanno difficoltà non solo a completare una qualsiasi attività fisica, ma addirittura non hanno la forza di incominciarla. Queste persone si sentono fiacche, stanche, svogliate, demotivate, e continuano a rimandare l’inizio di una qualsiasi attività fisica. In questi casi il mio consiglio migliore consiste nell’imperativo di biblica memoria: “alzati e cammina!”. Il problema per questo genere di persone risiede solamente nel “rompere il ghiaccio”. Una volta intrapresa l’attività fisica diventa piacevole e se ne avvertono quasi in modo immediato i benefici. Un  premio finale, come un bel bagno caldo, rappresenterebbe sicuramente un buon incentivo.
In generale la persona “pigra” sembra ricercare gli incentivi sbagliati, oppure, nella maggior parte dei casi, utilizza degli “alibi” per non iniziare a fare esercizio fisico. “Non mi sento bene, lo farò quando starò meglio e sarò di umore migliore”. Quante volte ho sentito questa frase! …e quanto è sbagliata! Nella maggior parte dei casi “non bisogna stare meglio per fare, ma fare per stare meglio!!!”.
In molti altri casi è opportuno prendere coscienza di ciò che vogliamo ottenere domandandoci: voglio davvero fare attività fisica? Mi interessa? Dove voglio arrivare? Come voglio stare? Se la risposta è “non mi interessa ma fa bene e dovrei farla”, allora non resta che rimboccarci le maniche, trovare il giusto incentivo, la giusta motivazione, e “coccolarci”. Cosa significa “coccolarsi”? A mio modo di vedere significa innanzitutto scegliere l’attività fisica preferita, lo sport che davvero si vorrebbe fare e che ci farebbe divertire; in secondo luogo è opportuno studiarne attentamente il setting e chiederci:  dove ci piacerebbe praticare quello sport? Con chi? Con quale abbigliamento? A che ora? In quali giornate? Con quali mezzi? Infine il premio. E’ importante premiarsi ogniqualvolta riusciamo a scendere dalla nostra beneamata poltrona ed indossare un paio di scarpe da ginnastica. Il premio naturalmente è soggettivo: una cena nel nostro ristorante prediletto, un bagno rivitalizzante o rilassante, la visione del nostro film preferito. E’ fondamentale imparare a ricompensarsi.

Facendo qualche passo indietro, nel caso di persone “cronicamente pigre”, o tendenzialmente depresse (senza parlare di vera e propria patologia, che andrebbe affrontata all’interno di un percorso terapeutico, e che utilizzi l’attività fisica come mezzo di sostegno), lo sport può davvero diventare un’arma a loro disposizione per uscire lentamente dal tunnel dell’inerzia. In questi casi vengono coinvolti maggiormente concetti quali autostima o auto-efficacia, che devono essere ben tenuti in considerazione in un progetto terapeutico o di avviamento allo sport. Oltre a quanto detto precedentemente, lo sforzo per queste persone sarà sicuramente maggiore. Per questo motivo l’aiuto di un familiare, di uno Psicologo o di una persona amica potrà risultare fondamentale. Fare sport in questi casi sarà estremamente importante. Naturalmente uno Psicologo dello Sport potrà aiutare queste persone nel migliore dei modi, sviluppando insieme a loro un programma di Training Motivazione adeguato e personalizzato in relazione al loro specifico problema, ricordando che ogni persona è  unica, anche nell’inerzia sportiva.

Dopo aver individuato le cause di questa inerzia, ed aver evidenziato le giuste motivazioni, lo Psicologo Sportivo svilupperà un programma d’allenamento motivazionale, partendo da un adeguato Goal Setting, meglio ancora se sviluppato insieme ad un Personal Trainer. Successivamente, analizzando bisogni e risorse del cliente, lo Psicologo dello Sport aiuterà la persona, anche attraverso tecniche di Self-Talk o di Imagery, a ritrovare piacere in un’attività che a prima vista rappresenta solo uno sforzo ed un sacrificio, ma che in realtà, anche solo dalla prima volta, si rivelerà uno splendido toccasana, non solo per il fisico, ma in questi casi, soprattutto per la psiche.

Ed ecco alcuni benefici di una sana attività fisica:

•    ritarda l’invecchiamento;
•    contribuisce a prevenire la depressione;
•    aumenta la resistenza;
•    aumenta la potenza muscolare;
•    migliora la flessibilità delle articolazioni;
•    migliora l’efficienza di cuore e vasi e la funzionalità respiratoria;
•    migliora il tono dell’umore.

CAMPIONE O FUORICLASSE?

30 Ott

 

Che differenza c’è tra un campione ed un fuoriclasse? Il fuoriclasse è quel giocatore che ti risolve le partite con giocate fuori dall’ordinario, è dotato di una straordinaria tecnica ed è senza alcun dubbio superiore alla media degli altri giocatori. Ha un solo difetto. E’ spesso incostante nel rendimento e sovente non è “padrone” delle sue perfomances, vale a dire non ha la capacità di gestire mentalmente le sue doti tecniche ed atletiche in maniera costante nel tempo, a vantaggio di prestazioni costanti. Talvolta poi, fuori dal campo di gioco non si contraddistingue per comportamenti particolarmente esemplari, oppure, più semplicemente, passa “inosservato”. Qualche esempio? Nel calcio Cassano, Balotelli, Recoba.

Il campione invece è l’opposto del fuoriclasse. Come il fuoriclasse è dotato di tecnica elevata e di giocate straordinarie. Ma è esempio di lealtà dentro e fuori dal campo. Spesso si contraddistingue per comportamenti e gesti esemplari e non è mai “fuori le righe”. Qualche esempio? Schumacker nella formula 1, Mennea nell’atletica.

Ho sempre provato una grande ammirazione per quei giocatori che si sono contraddistinti dentro e fuori dal campo. In tutti gli sport ed in tutte le categorie. Roberto Baggio è stato uno di questi. Anche ora che è ormai lontani dal calcio giocato da diversi anni, riesce sempre ad intervenire con proposte ed iniziative davvero lodevoli sia a livello federale che con iniziative di solidarietà senza precedenti. In questo momento storico in cui il calcio italiano sembra essere allo sbando, senza guide morali e politiche, un uomo come Baggio rappresente non solo un raggio di luce in una notte oscura, ma anche un punto di riferimento importante per tutti i nostri giovani. Esempio di lealtà in campo, umile e senza mai una parola fuori luogo, sono orgoglio di poter affermare che il “divin codino” – come era chiamato negli anni novanta – è stato ed è senza dubbio un campione. Forse il più grande calciatore italiano del dopoguerra.

BIOGRAFIA di Roberto Baggio (tratta da http://www.biografieonline.it

Roberto Baggio, uno dei più grandi campioni che l’Italia abbia avuto, uno dei più noti a livello mondiale, nasce il 18 febbraio 1967 a Caldogno, in provincia di Vicenza.

E’ un ragazzino quando il padre tenta di trasmettergli l’amore per il ciclismo. Ma Roberto giocava a calcio e lo faceva già con grande fantasia, tecnica ed estro. Inizia a giocare nella squadra della sua città. All’età di 15 anni passa al Vicenza, in serie C. Non ancora maggiorenne, nella stagione 1984/85, segna 12 reti in 29 partite e aiuta la squadra a passare in serie B. Alla serie A non sfugge il talento di Roberto Baggio: viene ingaggiato dalla Fiorentina.

Esordisce nella massima serie il 21 settembre 1986 contro la Sampdoria. Il suo primo gol arriva il 10 maggio 1987, contro il Napoli. L’esordio in nazionale risale al 16 novembre 1988, contro l’Olanda. Rimane con la Fiorentina fino al 1990, diventando sempre più il simbolo di un’intera città calcistica. Come è prevedibile il distacco è traumatico, soprattutto per i tifosi toscani, che vedono volare il propro beniamino a Torino, dagli odiati nemici della Juventus.

Arriva poi l’appuntamento importantissimo dei mondiali casalinghi di Italia ’90. Sono queste le notti magiche di Totò Schillaci e Gianluca Vialli. Roberto Baggio inizia il suo primo mondiale in panchina; nella terza gara il CT Azeglio Vicini fa entrare Baggio per farlo giocare in coppia con lo scatenatissimo Schillaci. Contro la Cecoslovacchia segna una rete memorabile. L’Italia grazie anche ai gol di Baggio arriva in semifinale dove trova l’Argentina del temutissimo Diego Armando Maradona, che eliminerà gli azzurri ai calci di rigore.

Con la Juventus Baggio segna 78 reti in cinque campionati. Sono questi gli anni in cui raggiunge l’apice della sua carriera. Nel 1993 vince il prestigiosissimo Pallone d’Oro, nel 1994 il premio FIFA World Player. Con la maglia bianconera vince uno scudetto, una coppa Uefa e una coppa Italia.

Sulla panchina che guida gli azzurri ai mondiali USA ’94 siede Arrigo Sacchi. Baggio è attesissimo e non delude. Sebbene i rapporti con l’allenatore non siano felici, gioca 7 partite segnando 5 reti, tutte importantissime. L’Italia arriva in finale dove trova il Brasile. La partita finisce in pareggio e ancora una volta il risultato viene affidato alla lotteria dei rigori. Baggio, uno degli eroi di quest’avventura mondiale, è l’ultimo a dover tirare: il suo tiro finisce sopra la traversa. La coppa è del Brasile.

La Juventus decide di puntare sul promettente giovane Alessandro Del Piero e Baggio viene ceduto al Milan. Gioca solo due stagioni in rossonero, dove viene considerato solo un sostituto. Fabio Capello non riesce a inserirlo nei suoi schemi e anche se alla fine vincerà lo scudetto, il contributo di Baggio al Milan sembrerà trascurabile.

Baggio accetta così l’offerta che arriva da Bologna. Si ritrova a giocare con i rossoblu per l’inconsueto (per lui) obiettivo della salvezza; tuttavia il Bologna gioca un ottimo campionato e Baggio sembra tornato superlativo. Ancora una volta vive una poco serena situazione con il suo allenatore di turno, Renzo Ulivieri, per guadagnare un posto da titolare. Baggio minaccia di andarsene ma la società riesce a mettere d’accordo i due. Arriverà a segnare 22 reti in 30 partite, il suo record personale. Il Bologna si salva con disinvoltura e Roberto Baggio viene convocato per il suo terzo mondiale.

Ai mondiali di Francia ’98 Baggio è considerato riserva del fantasista Alessandro Del Piero che però delude le aspettative. Baggio gioca 4 partite e segna 2 reti. L’Italia arriva fino ai quarti dove viene eliminata dalla Francia che poi vincerà il prestigioso torneo.

Il presidente Massimo Moratti, da sempre appassionato estimatore di Roberto Baggio, gli offre di giocare nell’Inter. Per Baggio è una grande possibilità di rimanere in Italia e giocare di nuovo ai massimi livelli. I risultati sono però altalenanti. In Champions League, a Milano, Baggio segna al Real Madrid permettendo all’Inter di passare il turno. Ma pochi giorni dopo la qualificazione il tecnico Gigi Simoni, con cui Baggio ha un ottimo rapporto, viene sostituito. La stagione volgerà verso un tracollo.

Il secondo anno di Baggio con l’Inter è segnato dai difficili rapporti con il nuovo tecnico Marcello Lippi. I due si ritrovano dopo l’avventura juventina, ma Lippi esclude Baggio dai titolari. Ancora una volta si ritrova a partire dalla panchina. Nonostante ciò, appena ha la possibilità di giocare dimostra tutto il suo talento, segnando reti decisive.

I rapporti con Marcello Lippi però non migliorano. Scaduto il contratto con l’Inter, Baggio accetta l’offerta del neopromosso Brescia. Con questa maglia, sotto la guida del veterano allenatore Carlo Mazzone, Roberto Baggio arriva a siglare la sua rete numero 200 in serie A, entrando con grande merito nell’olimpo dei goleador, insieme a nomi storici quali Silvio Piola, Gunnar Nordhal, Giuseppe Meazza e José Altafini. Chiude la sua carriera con il Brescia il 16 maggio 2004; al suo attivo vi sono 205 reti in serie A e 27 reti in 56 partite giocate con la maglia della nazionale.

Devoto buddhista dai tempi di Firenze, soprannominato “Divin Codino”, ha inoltre scritto un’autobiografia: “Una porta nel cielo”, pubblicata nel 2001, dove racconta il superamento dei periodi difficili, come è tornato più forte in seguito ai gravi infortuni, e dove approfondisce i suoi difficili rapporti con i passati allenatori, ma anche elogiando le doti di altri tra cui Giovanni Trapattoni, Carlo Mazzone e Gigi Simoni.

Nell’estate del 2010 torna sulle prime pagine dei giornali in due occasioni: si reca in ritiro a Coverciano per conseguire il patentino di allenatore di terza categoria e viene candidato a livello federale per ricoprire compiti manageriali.

Roberto Baggio a Sanremo 2013.

CREA LA GIUSTA CONFIDENZA CON I TUOI STRUMENTI!

2 Ott

Table tennis equipment

 

Qualsiasi sia lo sport che pratichi, l’attrezzatura che utilizzi – dall’abbigliamento agli strumenti tecnici come la racchetta nel tennis tavolo o i guanti per un portieri di calcio – è di estrema importanza. In particolare ciò che conta è la fiducia nei propri strumenti “di gioco”. Creare e sviluppare questa confidenza non è facile. Occorrono ore e ore di prove e di allenamenti, occorre “plasmare” sul proprio corpo ogni singolo strumento e capo d’abbigliamento, ed in certi casi una buona dose di pazienza. Ma non è tempo sprecato. Molte discipline sportive, come il golf, l’hockey o il tennis, sono sport che utilizzano uno strumento – anzi, nel caso ad esempio del golf, più strumenti – che devono divenire un “prolungamento” immaginario dell’arto e del corpo di un atleta. Senza la dovuta confidenza in questi strumenti è difficile affrontare una buona prestazione oppure, in taluni casi, si possono verificare vere e proprie de-concentrazioni dovute alla mancata conoscenza o feeling con i propri strumenti di gioco.

Per tale motivo è opportuno creare o ri-creare il giusto feeling con il proprio mezzo di “lavoro”. E’ come quando un giocatore di calcio cambia scarpini durante una partita. Il rischio è che non si senta a sua agio e si faccia distrarre eccessivamente da questa mancanza di feeling.

Ma come creare questa confidenza?

Allenamento, allenamento e ancora allenamento. E’ importante che un giocatore “senta” il proprio bastone da golf, avverta come parte di sé le proprie scarpe, abbia acquisito una conoscenza dettagliata della propria moto, abbia sperimentato i suoi pregi ed i suoi difetti, conosca i suoi limiti e le sue peculiarità. Addirittura alcuni giocatori di golf arrivano a soprannominare i bastoni con dei nomi veri e propri, personalizzandoli ed umanizzandoli. Ho visto più volte Valentino Rossi baciare la sua moto, tennisti accarezzare amorevolmente le proprie racchette. Forse tutto questo può sembrare eccessivo, ma se si va oltre l’apparente stranezza, si può comprendere facilmente la motivazione sottesa a questi comportamenti: creare il giusto feeling con i propri mezzi di gioco.

E’ fondamentale arrivare a percepire le sensazioni fisiche e le tensioni muscolari prima di una prestazione. Una racchetta che non si conosce bene o delle scarpe poco utilizzate potrebbero comportare un gesto tecnico mal eseguito. Al contrario sentirsi a proprio agio con gli strumenti di gioco aiuta moltissimo un atleta ed influenza positivamente la stessa confidenza nel modo di giocare e percepire le proprie sensazioni corporee ed emotive. Pertanto, allenatevi intensamente e personalizzate il vostro abbigliamento, le vostre sacche o i bastoni, rendeteli “vostri”, vi aiuterà a creare il giusto feeling ed uno stato d’animo adeguato alle vostre personali sfide sportive, oltre che a dare libero sfogo alla vostra personalità. Buon fine settimana sportivo a tutti!

IL METODO “SANDWICH”

18 Set
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Il metodo “SANDWICH rappresenta un’utile modalità per comunicare una critica costruttiva o più semplicemente fare un’osservazione ad una persona/giocatore particolarmente permalosa o insicura. E’ un metodo efficace per non far sentire il “peso” della critica stessa, che a volte pone l’atleta, specie se giovane e/o insicuro, in una condizione di sfiducia ulteriore nei propri mezzi e capacità. Un complimento infatti, soprattutto quando proviene da una persona investita di autorevolezza (come l’allenatore, il maestro, o un genitore), porta con sé un’enorme carica di fiducia; allo stesso modo una critica negativa, in particolar modo se formulata da una figura significativa per il giocatore, può comportare sentimenti di sfiducia e demotivazione. Queste conseguenze naturalmente dipendono da numerosi fattori (personalità dell’atleta, frequenza dei complimenti e delle critiche, età, sesso, contesto, livello agonistico, ecc.), ma certamente il metodo “sandwich” può risultare un valido strumento per comunicare una critica od un’istruzione in un contesto di piena fiducia.  Da non dimenticare poi il valore della comunicazione non verbale. Se ad esempio associamo un complimento ad un comportamento “non verbale” che comunica disinteresse, comunicheremo anche quest’ultimo ed il complimento non sarà servito a nulla. In cosa consiste il metodo “sandwich” dunque? E’ molto semplice. Esattamente come in “panino imbottito”, dovete “imbottire la critica che volete comunicare. Fate alla persona un complimento, ad esempio elogiandola per l’impegno che sta mettendo nel proprio lavoro o negli allenamenti. Comunicate poi la critica (costruttiva), ed infine chiudete il dialogo con un altro complimento, ad esempio: “bravo, continua in questo modo ed otterrai grandi risultati!”. Vedrete che la critica, oltre ad essere accettata, porterà anche gli effetti desiderati!
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O CAPITANO! MIO CAPITANO!

5 Set

FIVB Beach Volleyball World Championships, Main Draw

 

Racconto di Daniele Zandò, allenatore e preparatore atletico professionista. Scrittore per passione. 

Stanno per scoccare le due di una mite mattina di Maggio e sono ancora sdraiato sul divano di casa mia. Occhi spalancati e l’adrenalina che finalmente va sciamando. La stagione precedente avevamo portato a termine un’impresa incredibile. Una sola partita persa e promozione in pompa magna alla categoria successiva. Un anno di festa si potrebbe dire. La realtà aveva raccontato di una squadra con talento e una mentalità operaia. Sempre pronte al sacrificio, allenandosi con costanza tutto l’anno. Erano una buona squadra, decisamente non la più forte all’inizio, ma si sono imposte con autorità.

Il nuovo corso quindi imponeva una salvezza e, vista l’annata trascorsa da qualche mese, si pensava più che fattibile. A complicare la situazione un doppio salto di categoria causa cambio del regolamento.

Sin dalle prime battute si fantastica su promozione, campionato da giocare per ambire a posizioni importanti e così la squadra operaia torna in cantiere.

L’illusione che nulla sia mutato comincia a sgretolarsi a sole tre settimane dall’avvio dei lavori. La presenza agli allenamenti comincia a essere bassa. La prima amichevole ci regala una prestazione con conseguente vittoria falsa quanto una promessa politica durante la campagna elettorale.

Il numero di giocatrici agli allenamenti sarà ridotto al lumicino e le successive amichevoli mostreranno una squadra in stato confusionale, priva di idee di gioco e di ordine.

L’avvio di stagione non solo sarà difficile per i risultati, che definire pessimi sarebbe un eufemismo, gli attriti interni alla squadra e qualche parola di troppo dagli spalti renderà il periodo infuocato come una torrida giornata nella Death Valley.

Giunti a questo punto, con una squadra distratta, allenatori con maggiori competenza sugli spalti rispetto a quello che abitualmente guida la panchina, ci si trova a dover capire come raddrizzare la rotta di una nave che punta dritta verso delle minacciose cascate.

Una vittoria conquistata sul campo ringalluzzisce la compagine che ha perso la retta via e per qualche settimana sembra che si stia tornando in carreggiata. Chiaro che avere una sola squadra alle spalle in classifica fa pensare che la stagione, per come è stata programmata, sarà una disfatta.

Si passa al piano B riducendo il numero di allenamenti settimanali, cercando di far respirare un gruppo che sembra soffocare dalla pressione dei continui impegni in palestra.

Il livello di prestazione sale. Si cominciano a vedere dei risultati a livello di gioco e lo spogliatoio ormai è cementato il che fa guardare al domani con sereno ottimismo. Si arriva alle ultime tre partite della stagione, nelle quali ci si gioca semplicemente un miglior posizionamento ai play-out.

Quella delle tre sfide più semplice verrà vinta 3-2 soffrendo per più di due ore. La più difficile regolata a nostro favore in casa per 3-0 e quella alla pari ci vedrà uscire sconfitti 3-2 lontani dalle mura amiche.

Per preparare i Play-Out, ossia due anni di programmazione in una manciata di set, si hanno a disposizione circa due settimane. La squadra anche in questo caso non riesce a dare la presenza fisica e a volte mentale che ci si aspetterebbe vista la situazione. Si aggregano al gruppo due ragazze della seconda squadra, due ottimi elementi che aiutano ad alzare il livello di gioco e rimpinguare le fila scarne durante le sessioni lontane dal pubblico.

Nella gara di andata inizia con una tensione incredibile. I volti dell’una e dell’altra squadra sono come pietrificati. I primi punti saranno quasi tutti errori. La squadra ospite ha disputato un’ottima stagione, mettendo in mostra un sesto posto condito da trentatré punti, ossia quasi il doppio dei nostri diciotto e nettamente più avanti del nostro decimo posto.

Gli avversari sono chiaramente più forti, con un gioco più veloce e, seppur sbagliando anche loro, il nostro massimo di questa sera serve a malapena ad arrivare a ventidue punti in due set. Si perde 3-0, senza scusanti e senza poter recriminare nulla. Cala il sipario e la gente comincia mestamente a defluire dalla palestra.

Il post partita è il momento in cui bisogna capire cosa si è sbagliato, al contrario si cerca di trovare qualcosa che sia andato bene.

Riparto da cosa è girato. Abbiamo a disposizione due allenamenti e vedremo di fare il possibile. La presenza del primo è corposa, nel secondo causa vari impegni diciamo limitato. Si va a cercare di uscire a testa alta da questi Play-Out.

Il primo parziale è subito acceso. Errori da entrambe le parti con la squadra di casa, quella messa meglio in classifica al termine della stagione, che verso metà set ha un guizzo che la porta fino al 21-17. Mi giro verso la mia panchina per capire eventuali cambi, oppure come far giocare tutte nel caso di probabile sconfitta nel set. Avendo perso 3-0 l’andata alla squadra ospite, cioè noi, basta perdere un set per abdicare dalla categoria.

Poca presenza, a volte testa lontana dalla palestra o infortuni vari ma, in questi due anni, una cosa la mia squadra l’ha imparata: lottare sempre. L’ha imparata talmente bene che in questo primo set lo ricorda anche a me, vincendolo davanti a un pubblico di casa attonito.

Capisco che non tutto è perduto, che finché la matematica, il fato o come lo si voglia chiamare non ci abbia condannato agli inferi della terza divisione bisogna provare a scalare le pareti dell’inferno.

Do indicazioni alle mie giovani in campo, ridisegno la difesa in base a chi attacca e da un momento all’altro mi ritrovo con un joy-stick in mano a disputare la gara. Le ragazze sono talmente concentrate che eseguono qualsiasi indicazione gli venga dettata. Sul finale di set siamo ancora noi avanti, ora ci giochiamo tutto nell’ultimo parziale.

Il ritmo sale, il pubblico ospite incalza la squadra a più non posso. Siamo sul 19-15 per noi e opto per un cambio. Il nostro laterale di esperienza è visibilmente provato e inserisco una delle due giocatrici della seconda squadra. Fatichiamo in attacco ma abbiamo guadagnato sulla parte difensiva con l’innesto di energie fresche. Errori, punti, azioni e grida… di gioia… computo dei set pareggiati.

Essendo pari come numero di set tra andata e ritorno si giocherà un ‘golden set’ che come regolamento sarà uguale ad un tie-break. Al termine la squadra vincente disputerà la seconda divisione l’anno seguente.

Siamo in fase ‘macchina’ come la definisco io. Sentimenti ed emozioni non ci appartengono in questo momento, abbiamo solo in testa una cosa: giocare per vincere.

Gli avversari sono stremati il che ci rende la vita facile, di fatto dei primi otto punti apposti nella nostra parte del tabellone elettronico quattro saranno errori in battuta della squadra di casa.

Dopo il cambio campo inciampiamo in un momento negativo. Gli attaccanti faticano a passare e la minaccia di perdere il gruzzolo intascato comincia a farsi pressante. Proviamo soluzione da ogni dove ma è la palleggiatrice che spedisce la palla verso la zona 1 avversaria al secondo tocco allontanando così nubi e paure. Vedo qualche volto delle mie eroine tirato per la pressione dell’impresa, a volte vincere è così bello che fa paura.

Arriviamo sul 14-8, ci manca un punto, il muro avversario non trattiene, porta la palla nel suo campo e le grida inondano la palestra come uno Tsunami. Si è compiuta l’impresa, o meglio, hanno compiuto l’impresa.

In mezzo al campo mentre sostengo una posa per una foto, un abbraccio o un saluto fatico a metabolizzare quanto accaduto. Fino qualche ora prima ero convinto che la sera sarei andato in branda sconfitto da un evento sportivo, quindi ora i miei programmi vanno, fortunatamente, in frantumi come un vaso di coccio che cade da un tavolo.

Ci avviamo verso l’uscita per i soliti commenti di rito e realizzo che è stata la mia ultima partita con tutte loro. A Gennaio avevo informato la società che non avrei proseguito come tecnico della squadra. Le assenze e la poca motivazione erano sicuramente anche colpa mia, quindi era meglio cambiare la guida per dare una scossa o comunque limare uno dei problemi.

Mentre tutti festeggiano con sorrisi che potrebbero sfidare le leggi della biomeccanica, io sono combattuto, perché pur sapendo di aver preso la giusta decisione, il vuoto incolmabile che lasceranno tutte loro nella mia vita sarà un peso che porterò per molto tempo.

Nell’ultimo incontro mi hanno fatto capire che ogni minuto speso con loro era valso più di ogni altra cosa e, dopo essere salite sui loro banchi come nel famoso film ‘L’attimo fuggente’, mi hanno tributato l’ultimo saluto: ‘O capitano! mio capitano!’.

TUTTO SCORRE

19 Ago

BAGGER VANCE

Sono sicuro che anche tu hai visto il film “La leggenda di Bagger Vance”, con Will Smith e Matt Damon. Il film, capolavoro del regista e attore Robert Redford, narra le vicende di un ottimo giocatore di Golf, Matt Damon, caduto in una profonda crisi esistenziale. Questo momento cupo della sua vita si rifletterà negativamente anche sul suo modo di giocare ed intendere lo sport ed il golf. Lo sosterrà uno strano e misterioso caddy, Bagger Vance (Will Smith), che lo aiuterà a ritrovare se stesso e soprattutto gli aprirà la strada ad un nuovo ed inaspettato successo golfistico.

Questa bellissima pellicola ci ricorda innanzitutto che è importante ritrovare il proprio benessere interiore per meglio realizzarci ed ottenere soddisfazioni nel lavoro e nella vita privata. Spesso però siamo abituati a pensare che per “agire” bisogna “star bene”. Magari stai vivendo un periodo negativo e rimandi alcune importanti decisioni, oppure “attendi” di star meglio per intraprendere un nuovo lavoro od una nuova attività.

Ma è vero anche il contrario!

A volte infatti, per “star bene”, bisogna “agire”! Il film ci insegna anche questo. Prendere in mano la tua vita, magari con un piccolo o grande atto di coraggio, e decidere di agire prendendo una decisione o iniziando a lavorare per raggiungere un nuovo obiettivo, ti può davvero dare una spinta inaspettata verso quel benessere che tanto stavi aspettando. E lo sport può davvero essere una bellissima metafora della vita. A volte ci sentiamo “arenati” in una situazione che non sentiamo nostra. Commettiamo errori su errori, rimaniamo come in attesa di una qualche “magia” che ci faccia “uscire dal tunnel”. Esattamente come stava accadendo a Matt Damon nel film. Ma come ha fatto il protagonista della pellicola, devi ritrovare la tua strada, il tuo vero autentico IO…..semplicemente smettendo di cercarlo affannosamente, ma lasciando che “tutto scorra” fluidamente. Dialogando col tuo “caddy” interiore, l’unico e vero autentico “caddy”. Smettendo di incolparti, smettendo di concentrarti solo e unicamente sui risultati che non arrivano, smettendo di concentrarti su ciò che non funziona. Goditi invece il piacere e la gioia di praticare il tuo sport , assapora ogni singolo allenamento o partita. Vedrai che come per magia tornerai “nel campo”, come suggeriva Will Smith a Matt Damon. Riguardare il film che ho citato può davvero essere “terapeutico” e se non altro trascorrerai due ore in relax, magari in compagnia della tua amata famiglia.