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UN’ESTATE DI SPORT

4 Giu

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A breve partiranno due importanti competizioni. Gli europei di calcio in Francia e soprattutto le Olimpiadi a Rio, in Brasile.

Parliamo di Euro 2016. L’Italia non parte favorita. Non ci sono i campioni del recente passato – Pirlo, Cannavaro, Baggio, Totti – e soprattutto ci sono molti atleti di buon livello infortunati – Marchisio e Verratti su tutti. Ci sono però buoni giocatori, giovani e motivati. Un allenatore che fa della forza psicologica un elemento chiave delle sue squadre e soprattutto il pronostico sfavorevole. Se Conte riuscirà a costruire una squadra coesa e forte dal punto di vista del gruppo, l’Italia potrebbe arrivare lontano nonostante parta sfavorita.

Il Leicester forse, ci ha insegnato qualcosa. Forza Italia!

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FORZA LEICESTER!

21 Mag

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Nelle scorse settimane ed ancora oggi il Leicester, squadra inglese di calcio, che fino a poco tempo fa militava nelle serie minori, occupa le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Sorprendentemente ha vinto il campionato inglese, arrivando davanti a “colossi” come il Manchester United, il Chelsea, il Liverpool o il Tottenham. L’impresa ha dello storico e rimarrà molto probabilmente unica nella storia del calcio inglese e mondiale. Ranieri, l’allenatore italiano a capo della squadra, è stato insignito delle più alte onoreficenze sia in Italia che nel Regno Unito.

Apparentemente la favola del Leicester ha dello straordinario. I giocatori, tra i meno pagati e quotati della Premier League, hanno letteralmente ribaltato ogni pronostico. La domanda sorge spontanea. Come è stato possibile raggiungere un risultato simile? Casualità? Fortuna?

Vorrei analizzare la questione non tanto dal punto di vista economico – ci sono esperti ben più quotati del sottoscritto per descrivere questo aspetto – quanto dal punto di vista tecnico e psicologico. Sotto il profilo economico mi limito soltanto a sottolineare come non sempre l’ingaggio di un calciatore non sia lo specchio reale delle sue capacità e del suo rendimento. Balotelli in tal senso ne è l’esempio vivente. Ha uno degli ingaggi più alti della serie A italiana pur non fornendo da anni nessun tipo di contributo alle squadre dove ha militato e rendendo certamente al di sotto delle sua capacità e quotazioni. Dovremmo scrivere un articolo intero sulla questione, per il momento mi limito solo ad augurare al Mario “uomo” e “calciatore” di rialzare la testa e di tornare ai livelli che gli competono ma soprattutto a maturare dal punto di vista sia professionale che umano.

Tornando al Leicester dunque, pur avendo un monte ingaggi abbastanza basso rispetto ad altre squadre inglesi, le capacità dei suoi calciatori erano comunque ben conosciute dagli “addetti ai lavori”. Detto ciò, l’impresa rimane imponente.

Veniamo alla questione tecnica e psicologica. Un’impresa del genere, soprattutto perchè realizzata nell’ambito di un torneo lungo e massacrante sotto il profilo psico-fisico, non può arrivare causalmente. Ha bisogno di programmazione. La stessa Juventus in Italia, seppure dotata di calciatori di livello tecnico più alto di quelli delle “foxes” – pseudonimo dei giocatori del Leicester – senza un’adeguata programmazione tecnica e societaria, non avrebbe mai raggiunto una finale di Champions League, vinto 5 campionati di fila in Italia e via discorrendo.

Dunque la società inglese ha certamente lavorato in maniera eccellente negli ultimi anni, strutturando in maniera impeccabile i ruoli dirigenziali e tecnici, acquistando giocatori giusti al prezzo giusto, sviluppando in maniera ponderata il marketing, e soprattutto organizzando un progetto a medio-lungo termine. Solo così si può fornire ad allenatore, staff tecnico e giocatori, quella base solida sui cui e con cui lavorare sodo per raggiungere obiettivi difficili, ma raggiungibili.

Certo, nessuno si sarebbe però aspettato di vincere addirittura il campionato. In tal caso ecco che la figura di Claudio Ranieri, allenatore tra i più “sottovalutati” in Italia, è stata determinante. E’ riuscito a far rendere i suoi giocatori al di sopra delle loro capacità, a mantenerli concentrati sempre e a fornire loro i giusti strumenti per gestire pressione e stress. Certamente, una volta ottenuta la salvezza matematica – vero obiettivo del club – si gioca più rilassati e qualsiasi altro risultato sarebbe stato “qualcosa in più”. Ranieri però ha fatto qualcosa di straordinario.

Ha lavorato fin da subito sulla costruzione di un gruppo prima, e di una squadra poi, dove ogni giocatore – per dirla alla Al Pacino in “ogni maledetta domenica” – dava il massimo sapendo che il compagno avrebbe fatto lo stesso per lui. Attenzione partita dopo partita, domenica dopo domenica, concentrazione esclusivamente sulla prestazione e non sul risultato. Gradualmente i giocatori sono diventati squadra, hanno preso sempre più fiducia e – quando ormai non avevano nulla da perdere una volta centrata la salvezza – hanno giocato “divertendosi”.

Ranieri è stato bravo anche nel mantenere alto il livello di concentrazione quando la pressione è aumentata, quando l’impresa stava davvero prendendo corpo. In quel periodo ha avuto la capacità di aiutare i giocatori a crederci sempre di più, ma a lavorare sempre e solo come squadra. Un pò come fece Lippi nel 2006, quando vinse il mondiale con l’Italia. Quando tutto e tutti sembravano remare contro la nazionale è riuscito a costruire un gruppo solido coeso e compatto.

Bravo Claudio, meriti il successo che stai vivendo. Adesso puoi provarci nuovamente in Champions League. Ancora una volta non sarete i favoriti, il vostro obiettivo potrebbe essere superare la fase a gironi. Ma se saprete ricreare la giusta alchimia di squadra, arriverete lontani anche l’anno prossimo.

Forza Leicester!

CI VUOLE TESTA

3 Mag

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Buffon ha ragione! Ci vuole “testa” per vincere. Specialmente una competizione lunga come un campionato o una Champions League. Ci vuole “testa” per rimanere concentrati e focalizzati a lungo, per mesi. Ci vuole “testa” per accettare gli incidenti di percorso, le sconfitte, ed i momenti di difficoltà. Sì, perchè le difficoltà ci sono e ci saranno sempre lungo il cammino. E non è forte colui che non “cade” al tappeto, ma colui che quando cade trova il coraggio per rialzarsi, come diceva un vecchio detto. Ci vuole “testa” a non perdere mai di vista l’obiettivo. Ci vuole “testa” per continuare a lottare anche quando le cose vanno benissimo, perchè ci vuole un attimo per perdere la concentrazione.

Buffon ha ragione. Per imparare ad avere “testa” questi campioni hanno allenato duramente per anni la loro capacità di gestire la concentrazione e l’attenzione. Hanno allenato a lungo il loro atteggiamento, fino a trasformarlo in un atteggiamento vincente. Ci vuole impegno  e dedizione per costruire un gruppo e farlo diventare una squadra. Ci vuole l’impegno di tutti, giocatori, allenatori, ma anche dirigenti e società. Ognuno con il proprio ruolo e “peso”.

Buffon ha ragione. Nulla si improvvisa. E i frutti, prima o poi, arrivano. E complimenti alla Juventus campione d’Italia 2014-15.

POVERI NOI

17 Nov

ITALIA CROAZIA

 

Italia – Croazia. 1 – 1. 16 Novembre 2014. Stadio Meazza di Milano gremito di folla. Partita di qualificazione valida per il prossimo campionato europeo di calcio. L’Italia parte bene, quasi subito in vantaggio con un gran tiro di Candreva dal limite dell’area di rigore. Chirurgico. La Croazia poi, nettamente superiore sul piano tecnico, impone il suo gioco, prende fiducia e pareggia, meritando anche qualcosa di più.

Fin qui tutto normale. Peccato che a “guastare la festa” ci abbiano pensato alcuni tifosi croati con il lancio di petardi, fumogeni e cariche alla polizia. Anche questo, ahimè, sembra ormai normale routine nei nostri stadi. Oggi i croati, domani i tifosi di un derby qualsiasi di provincia. Le politiche devono cambiare e quello che si è fatto finora non basta, è necessario guardare all’estero per capire come i nostri stadi non siano per niente sicuri e comprendere come le soluzioni apportate sino ad oggi non siano per nulla sufficienti.

Ma oggi non voglio parlare di questo. Voglio parlare del malcostume tipicamente e culturalmente italiano nel partecipare ad eventi sportivi come questo. Voglio parlare dei fischi ripetuti ed assordanti avvenuti durante l’inno della Croazia, voglio parlare dei “buu” continui ai giocatori croati, voglio parlare degli insulti, dei gestacci e delle urla indirizzate ai tifosi croati da parte non solo di adulti italiani scalmanati, ma – e questo è grave – da parte dei centinaia di bambini delle scuole calcio invitate dalla figc a partecipare a quella che doveva essere una festa dello sport.

Certo, i croati non si stavano comportando certamente in maniera esemplare, ma vedere bambini e famiglie con le dita medie alzate urlando tutti in coro parole indicibili fa forse più male. Ciò che infatti è ancor più grave non sono i bambini che urlano, ma gli adulti, gli allenatori ed i dirigenti accompagnatori di questi bambini – che per primi dovrebbero dare l’esempio –  e che invece hanno insultato e fischiato i tifosi avversari per buona parte della partita. Va da sè che i bambini, che imitano sempre gli adulti e non sono assolutamente violenti per natura, ne hanno seguito di pari passo le gesta.

Negli ultimi anni la Figc sta lavorando veramente molto per diffondere una cultura diversa dello sport, fatta di rispetto e fair-play, soprattutto tra i giovani, ma fino a quando ci saranno allenatori e genitori ottusi che impartiscono regole ed esempi differenti, non matureremo mai come Paese e resteremo sempre il popolo degli “italioti”, “pizza mafia e mandolino”, il paese dove tutti possono permettersi tutto. E persino dei teppistelli vestiti con la maglia della croazia potranno permettersi di far sospendere una semplice festa dello sport.

SIATE AFFAMATI, SIATE FOLLI!

25 Set

 

Stavo per postare un articolo sulla gioia ed il divertimento che ognuno di noi dovrebbe provare praticando sport. Lo sport è gioia, passione, divertimento, sacrificio. Se non ti diverti c’è sempre un motivo. Pressioni troppo elevate, aspettative eccessive, stress… Nella maggior parte dei casi quando mancano o vengono meno passione e divertimento si perde la vera essenza dello sport. Le cause possono essere molteplici ma è sempre bene svolgere un’auto-analisi e cercare di capirne le motivazioni. Molto spesso è l’attenzione eccessivamente rivolta al risultato a creare tensione e stress, e questo influenza negativamente la prestazione, vero elemento unicamente controllabile e da cui attingere piacere e passione per il gioco.

Le parole dell’ormai famosissimo discorso di Steve Jobs mi hanno colpito profondamente perchè, oltre ad essere un genio del nostro tempo, è stato esempio vivente di passione e gioia di vivere. Passion, come ripeteva. Ha profondamente amato il suo lavoro. Questa è stata la chiave della sua vita. La motivazione interna – la passione – che lo guidava era altissima. Se si coltivano le passioni che abbiamo dentro e le si alimenta, allora anche i più grossi sacrifici sembreranno semplici da sopportare. Godiamoci insieme questa piccola ma significativa lezione di vita.

CIAO TITO! di Andrea Rota

30 Apr

Tito-Vilanova

La storia di Tito Vilanova trascende la semplice vita di un allenatore di calcio. 
Succede infatti che a Barcellona, una città intera, resti attonita di fronte alla morte di un uomo di 45 anni malato di cancro. Ma come? Di cancro si sa, si può morire,anzi è più difficile batterlo piuttosto che soccombere al dolore. Ma forse, l’invincibilita’ di una squadra perfetta, ha permeato tra la gente l’idea che uno dei suoi artefici principali diventasse invincibile anche rispetto alla malattia. Ai funerali di ieri, nella cattedrale di Barcellona, si sono radunate molte persone per le esequie: “Tito per siempre eterno”, si’ perché il ricordo di Tito rimmara’ scolpito per sempre tanto quanto quello di una squadra unica, che ha fatto la storia del calcio recente. 


Un suo ex giocatore, Eric Abidal, francese di passaporto e sopravvissuto ad un cancro al fegato, ha detto: “grazie per la lotta”. Lotta, quella che ogni giorno i malati di cancro affrontano; si dice che vincere il cancro sia una questione di forza mentale, di coraggio; probabilmente è così, ma è anche vero che quando la fatalità ed il destino ci colpiscono, non possiamo farci niente. Ecco, forse è questo che ha colpito la gente di Barcellona, l’uomo giovane che vinceva, e alla grande, ai bordi del terreno di gioco, soccombe invece al fato che lo vede vittima di una malattia che più democratica non ce n’è : può colpire tutti indifferentemente. Lascia una moglie e due figli. Il figlio maschio,Adria, giocatore della cantera blaugrana, lo ricorda con un commovente saluto al termine dei funerali:”un esempio,sarai il mio angelo” “mi hai insegnato a lottare con saggezza, cuore e palle” si’, perché per affrontare la vita ci vogliono gli attributi, e comunque andra’ a finire, quello che lasceremo, sarà il ricordo del nostro carattere e quello che avremo trasmesso alle persone a noi vicine. E allora: “animo Tito!” 

“L’idea della morte non potra’ mai essere separata dall’idea di Dio”

(Antoni Gaudi’) 

IL CASO BORDERX

10 Feb

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Visto che le olimpiadi invernali sono ufficialmente iniziate, nel fare ai nostri atleti azzurri il personale in bocca al lupo da parte del Blog, voglio postare un vecchissimo articolo che avevo scritto analizzando una particolarissima disciplina invernale. Buona lettura!

La disciplina “Borderx” è una particolare gara di snow-board che prevede un percorso di discesa dove si affrontano 32 atleti. Ne scendono quattro per volta. Supera il turno il vincitore di ogni “batteria”, affinché l’ultima gara veda testa a testa i due atleti che hanno superato le manches precedenti.

E’ una tipologia di competizione molto importante per chi pratica snow-board. Gli atleti di “borderx” spesso praticano anche altre discipline, come il “Big Air” (salti ed evoluzioni con valutazione di stacco, grado di difficoltà, atterraggio, ampiezza, etc.) o lo “Slop Style” (simile al “Big Air” ma con più salti), ma è soprattutto nel “Borderx” che esprimono insieme tecnica, estro e strategia di gara, in quanto la particolare organizzazione della sfida permette di unire la velocità di discesa con la tecnica dei salti che la presenza di ostacoli lungo il percorso comporta; ma anche strategie di gara in quanto è una competizione che si svolge in diverse manches e vede affrontarsi testa a testa più atleti contemporaneamente.

Vediamo ora di analizzare in dettaglio quello che potrebbe essere un programma di Mental Training per atleti di snow-board, attraverso l’osservazione di un caso. Ho infatti avuto il piacere di conoscere e di parlare con Ivan Corvi, atleta di “Borderx” ed attualmente maestro di snow-board presso Aprica (So).

Ivan Corvi è stato più volte ai vertici italiani di questa disciplina. Nel 1997 è stato Campione Italiano Assoluto “Borderx”, mentre l’anno successivo è arrivato primo ai Campionati Italiani di categoria. Ha partecipato nel 2002 alla Coppa del Mondo “Big Air”, piazzandosi tredicesimo, e ha disputato alcune gare di Coppa Italia nella specialità “Half-Pipe”.

Con il suo aiuto e la sua collaborazione ho avuto la possibilità di conoscere più da vicino il mondo dello snow-board, constatando come questo sport rappresenti un terreno fertile per la Psicologia dello Sport, che potenzialmente può e deve dare molto ad una disciplina recente e così ricca di personalità.

Al di là delle specifiche caratteristiche di personalità di Ivan (sono rimasto colpito soprattutto dalla sua tenacia e determinazione), discutendo con lui di “snow-board” e di “Borderx”, disciplina che ama e che ha praticato maggiormente, hanno attirato la mia attenzione alcuni fattori tipici di questo sport. In primo luogo la spregiudicatezza e l’estroversione che dovrebbe possedere un atleta di “snow”.

Non tutti naturalmente possiedono queste caratteristiche, e non tutti le considerano qualità positive, ma ascoltando Ivan si capisce subito come il lanciarsi da vette mozzafiato o da dirupi ripidi e ghiacciati, o ancora il compiere evoluzioni e salti a due metri da terra non siano azioni appartenenti sempre alla sfera della razionalità.

In secondo luogo l’ansia, prevalentemente l’ansia “pre-gara”. E’ un problema comune a molte discipline sportive, ma spesso, ed il caso di Ivan è emblematico, è sbagliato considerare l’ansia come problema. Essa si trasforma spesso in spinta verso il successo. E’ un fenomeno che accade spesso, e laddove questo non si realizzi è importante far sì che l’ansia si trasformi in rabbia agonistica, o in alcuni casi, che venga ridotta d’intensità.

Nel caso di Ivan, quando si rendeva conto “di esser sceso male a causa dell’ansia, si caricava ottenendo un risultato maggiore nella manche successiva“. Ma l’ansia pre-gara può svilupparsi anche in relazione alla necessità di scontrarsi con atleti importanti e difficili da battere, soprattutto a inizio carriera. Anche la presenza di persone care, come genitori o fidanzata, producevano in Ivan maggiore agitazione nel pre-gara. Generalmente quest’ansia si trasformava in agonismo durante la competizione, permettendo a Ivan di ottenere traguardi importanti. Talvolta però l’ansia perdurava e mutava in ostacolo costante durante le fasi agonistiche.

Ho somministrato a Ivan “Il Questionario delle Abilità Mentali”. Come avevo ipotizzato dal colloquio preliminare il punteggio ottenuto da Ivan nella “Gestione dell’Ansia” è piuttosto basso. Questo dovrebbe comportare un lavoro specifico su “Rilassamento” ed “Imagery”, ma anche, attraverso opportuni ed ulteriori colloqui, ed anche col l’ausilio di alcuni test, come il “test sui fattori di distrazione”, su “Concentrazione” ed “Attenzione”, dove risulta possedere altre difficoltà (punteggi bassi anche in questi casi).

Inoltre sarebbe opportuno rafforzare il suo modo di rapportarsi agli altri, soprattutto con i compagni di squadra e con gli allenatori. Il punteggio di “Assertività” non è alto, e dal colloquio capisco che è uscito dalla Nazionale Italiana, dove era stato convocato, per un problema di comunicazione con il suo allenatore. Il suo rammarico più grande infatti, rimane il fatto di non aver dimostrato il suo vero talento agli allenatori della Nazionale, un rammarico che si porta dietro da diverso tempo.

Un percorso di Mental Training con Ivan andrebbe sviluppato partendo dunque da questi presupposti, preoccupandoci di personalizzarlo il più possibile. Ad esempio, parlando con Ivan di come concentrare e focalizzare le sue attenzioni in uno sport che richiede costantemente una vigilanza sugli avversari, ma anche sul percorso di gara, che può presentare difficoltà più o meno evidenti (come un avvallamento improvviso o un percorso ghiacciato).

Evitare poi che fattori di distrazioni interni od esterni influiscano negativamente sulla sua prestazione: è infatti opportuno individuarli con lui attraverso una griglia ed un colloquio. Quello che però si evince maggiormente, è la difficoltà psicologica che sta attraversando rispetto al grave infortunio che ha subito diversi mesi fa.

Il blocco psicologico che ne è derivato sembra influenzarlo negativamente sul campo, impedendogli di gareggiare ad alti livelli, nonostante clinicamente si sia del tutto ripreso. È un problema piuttosto diffuso negli atleti che hanno subito un grave infortunio. In questo caso sarebbe opportuno, prima di sviluppare con lui un programma di Mental Training e di Gestione dell’Infortunio, somministrargli il test “IBQ – Illness Behaviour Questionnaire”, necessario ad avere una visione d’insieme rispetto al suo modo di vedere e di gestire l’infortunio.

Lo snow-board, come abbiamo visto in queste pagine, è uno sport di recente sviluppo. Se si osservano i numeri però sta progressivamente prendendo piede tra la popolazione, soprattutto tra i più giovani. Un intervento di Mental Training, da realizzarsi prevalentemente a livello di sci club o Federazione, dovrebbe dunque tener conto in primo luogo dell’età dei ragazzi che si avvicinano a questa disciplina, limitando fenomeni di “campionismo” o di doping giovanile.

Lo sport, specie per i più piccoli, deve essere un gioco, un mezzo di crescita sociale ed individuale, non un mezzo di arricchimento (specie per gli sponsor) o di rivalsa personale. Lo Psicologo dello Sport dovrebbe quindi aiutare a diffondere anche nelle scuole sci un messaggio quasi pedagogico, dove il raggiungimento di un risultato sportivo possa essere uno dei tanti obiettivi, e non il solo obiettivo auspicabile, evitando fragili illusioni in giovani atleti non ancora formati a sopportare le delusioni della vita.

Inoltre, come si è visto, lo snow-board spesso rappresenta uno stile di vita, dove l’adrenalina è regina incontrastata. Sviluppare un programma di Mental Training significa innanzitutto ristrutturare cognitivamente l’atteggiamento dell’atleta nei confronti di uno sport che spesso premia lo sciatore più spavaldo. Questo non significa “ingrigire” uno sport che fa dell’estro e della bizzarria le sue armi vincenti, ma semplicemente rendere l’atleta più consapevole e padrone dei propri mezzi, rendendolo capace di incanalare al meglio la propria creatività, la rabbia agonistica e l’estrosità nella riuscita di una buona performance.

Perdere il senso del gioco in uno sport come lo snow-board, specie nel caso del “Borderx”, significherebbe perdere il suo intimo segreto, il suo senso. Un bravo Psicologo dello Sport, a mio avviso, dovrebbe dunque concedere questo spazio all’atleta, ma allo stesso tempo incanalarlo in un dominio della rabbia agonistica, promuovendo la razionalità, che però non sia ostacolo all’irrazionalità di questa disciplina, ma anzi, sua alleata.

E’ un settore di lavoro estremamente interessante e fertile, denso di problematiche, ma anche di enormi potenziali di successo per la riuscita di efficaci interventi di Mental Training. Questi però, per essere davvero utili a questa disciplina, devono tener conto non solo della personalità e dei problemi specifici dei singoli atleti o delle società sportive che usufruiranno dello Psicologo dello Sport, ma soprattutto delle caratteristiche intrinseche di questo sport, delle sue peculiarità, delle sue discese, ma anche delle sue salite.

Poche cose sono impossibili se si è diligenti e dotati di capacità. Le grandi opere si compiono non con la forza ma con la perseveranza.Samuel Johnson