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FORZA LEICESTER!

21 Mag

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Nelle scorse settimane ed ancora oggi il Leicester, squadra inglese di calcio, che fino a poco tempo fa militava nelle serie minori, occupa le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Sorprendentemente ha vinto il campionato inglese, arrivando davanti a “colossi” come il Manchester United, il Chelsea, il Liverpool o il Tottenham. L’impresa ha dello storico e rimarrà molto probabilmente unica nella storia del calcio inglese e mondiale. Ranieri, l’allenatore italiano a capo della squadra, è stato insignito delle più alte onoreficenze sia in Italia che nel Regno Unito.

Apparentemente la favola del Leicester ha dello straordinario. I giocatori, tra i meno pagati e quotati della Premier League, hanno letteralmente ribaltato ogni pronostico. La domanda sorge spontanea. Come è stato possibile raggiungere un risultato simile? Casualità? Fortuna?

Vorrei analizzare la questione non tanto dal punto di vista economico – ci sono esperti ben più quotati del sottoscritto per descrivere questo aspetto – quanto dal punto di vista tecnico e psicologico. Sotto il profilo economico mi limito soltanto a sottolineare come non sempre l’ingaggio di un calciatore non sia lo specchio reale delle sue capacità e del suo rendimento. Balotelli in tal senso ne è l’esempio vivente. Ha uno degli ingaggi più alti della serie A italiana pur non fornendo da anni nessun tipo di contributo alle squadre dove ha militato e rendendo certamente al di sotto delle sua capacità e quotazioni. Dovremmo scrivere un articolo intero sulla questione, per il momento mi limito solo ad augurare al Mario “uomo” e “calciatore” di rialzare la testa e di tornare ai livelli che gli competono ma soprattutto a maturare dal punto di vista sia professionale che umano.

Tornando al Leicester dunque, pur avendo un monte ingaggi abbastanza basso rispetto ad altre squadre inglesi, le capacità dei suoi calciatori erano comunque ben conosciute dagli “addetti ai lavori”. Detto ciò, l’impresa rimane imponente.

Veniamo alla questione tecnica e psicologica. Un’impresa del genere, soprattutto perchè realizzata nell’ambito di un torneo lungo e massacrante sotto il profilo psico-fisico, non può arrivare causalmente. Ha bisogno di programmazione. La stessa Juventus in Italia, seppure dotata di calciatori di livello tecnico più alto di quelli delle “foxes” – pseudonimo dei giocatori del Leicester – senza un’adeguata programmazione tecnica e societaria, non avrebbe mai raggiunto una finale di Champions League, vinto 5 campionati di fila in Italia e via discorrendo.

Dunque la società inglese ha certamente lavorato in maniera eccellente negli ultimi anni, strutturando in maniera impeccabile i ruoli dirigenziali e tecnici, acquistando giocatori giusti al prezzo giusto, sviluppando in maniera ponderata il marketing, e soprattutto organizzando un progetto a medio-lungo termine. Solo così si può fornire ad allenatore, staff tecnico e giocatori, quella base solida sui cui e con cui lavorare sodo per raggiungere obiettivi difficili, ma raggiungibili.

Certo, nessuno si sarebbe però aspettato di vincere addirittura il campionato. In tal caso ecco che la figura di Claudio Ranieri, allenatore tra i più “sottovalutati” in Italia, è stata determinante. E’ riuscito a far rendere i suoi giocatori al di sopra delle loro capacità, a mantenerli concentrati sempre e a fornire loro i giusti strumenti per gestire pressione e stress. Certamente, una volta ottenuta la salvezza matematica – vero obiettivo del club – si gioca più rilassati e qualsiasi altro risultato sarebbe stato “qualcosa in più”. Ranieri però ha fatto qualcosa di straordinario.

Ha lavorato fin da subito sulla costruzione di un gruppo prima, e di una squadra poi, dove ogni giocatore – per dirla alla Al Pacino in “ogni maledetta domenica” – dava il massimo sapendo che il compagno avrebbe fatto lo stesso per lui. Attenzione partita dopo partita, domenica dopo domenica, concentrazione esclusivamente sulla prestazione e non sul risultato. Gradualmente i giocatori sono diventati squadra, hanno preso sempre più fiducia e – quando ormai non avevano nulla da perdere una volta centrata la salvezza – hanno giocato “divertendosi”.

Ranieri è stato bravo anche nel mantenere alto il livello di concentrazione quando la pressione è aumentata, quando l’impresa stava davvero prendendo corpo. In quel periodo ha avuto la capacità di aiutare i giocatori a crederci sempre di più, ma a lavorare sempre e solo come squadra. Un pò come fece Lippi nel 2006, quando vinse il mondiale con l’Italia. Quando tutto e tutti sembravano remare contro la nazionale è riuscito a costruire un gruppo solido coeso e compatto.

Bravo Claudio, meriti il successo che stai vivendo. Adesso puoi provarci nuovamente in Champions League. Ancora una volta non sarete i favoriti, il vostro obiettivo potrebbe essere superare la fase a gironi. Ma se saprete ricreare la giusta alchimia di squadra, arriverete lontani anche l’anno prossimo.

Forza Leicester!

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I BAMBINI DI OGGI SARANNO GLI ADULTI DI DOMANI

16 Ott

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Lo sport aiuta a crescere. Dal punto di vista psicologico migliora le relazioni sociali ed il senso di collaborazione ed amicizia tra i ragazzi, non solo negli sport di squadra, ma anche in quelli individuali, dove i ragazzi si allenano insieme e partecipano insieme alle varie attività proposte. Lo sport migliora inoltre la capacità di lavorare per obiettivi e quindi la motivazione, ma anche il senso di auto-efficacia, autostima, fiducia nei propri mezzi e nei propri progressi; stimola la sana competizione, la lealtà ed il rispetto per sè stessi e per l’avversario/compagno. Dal punto di vista motorio permette lo sviluppo del senso cinestesico e stimola la coordinazione.

In Italia oggi però sono sempre meno i bambini che praticano sport o attività fisica. Questo perchè manca una vera e propria cultura sportiva. A scuola ad esempio le ore di educazione fisica sono sempre meno e le istituzioni non comprendono la straordinaria importanz di una sana pratica sportiva. Attraverso il gioco e lo sport gli insegnanti potrebbero ad esempio insegnare anche altre materie, stimolando l’attenzione e l’interesse dei ragazzi. Al tempo stesso la “ginnastica” non solo aiuta a migliorare la conoscenza del proprio corpo, ma permette lo svilupparsi di relazioni sociali estremamente importanti per i ragazzi ed i bambini. Elementi che in aula non sempre vengono stimolati.

In ambito prettamente sportivo ritengo che allenatori e dirigenti che operano nel mondo giovanile avrebbero bisogno di maggiore preparazione nel gestire i ragazzi. In particolare, a mio avviso, ritengo sia necessaria maggiore formazione su diversi aspetti, tra i quali:

–        metodologia di insegnamento
–        conoscenza delle caratteristiche psico-fisiche dei bambini 
–        comunicazione
–        relazione con i genitori

Vediamo di analizzare in breve ciascun punto:

Metodologia di insegnamento: al di là degli aspetti più tecnici, ci sono due regole principali da seguire. La prima riguarda la necessità di impostare l’allenamento e l’insegnamento in base all’età del ragazzino, in base cioè alle sue caratteristiche psico-fisiche. E’ necessario infatti adattare l’insegnamento tecnico al bambino e non viceversa, aumentando gradualmente le difficoltà  con il crescere dell’età. La seconda regola da seguire riguarda la presenza costante del divertimento. Se il clima di insegnamento è sereno ed orientato al gioco allora avremo bambini e ragazzi motivati che difficilmente abbandoneranno il loro sport.

Conoscenza delle caratteristiche psico-fisiche dei bambini in base all’età: è fondamentale conoscere nel dettaglio le peculiarità del bambini, del loro sviluppo psicologico e fisico, soprattutto per impostare al meglio l’insegnamento stesso dello sport. Ad esempio, dal punto di visto psicologico, cognitivo e fisiologico, un bambino di 8 anni non sarà uguale ad uno di 10 e l’insegnamento della pratica sportiva dovrà essere pertanto differente.

Comunicazione: comunicare con i bambini è molto semplice, ma è opportuno apprendere le modalità migliori per relazionarsi con loro, conoscendo ad esempio la differenza tra comunicazione verbale e non verbale e le modalità comunicative più indicate con i giovani golfisti.

Relazione con i genitori: relazionarsi con i genitori è altrettanto importante del relazionarsi con i ragazzi stessi. Comunicare ai genitori il programma di insegnamento, i principi e le modalità di allenamento, sono ad esempio attività da svolgere per meglio coinvolgere i genitori, specialmente quelli più “distratti”.

Concludo questo articolo con l’augurio che lo sport si diffonda sempre più tra i giovani perchè, oltre ad essere importante dal punto di vista motorio e fisico, è anche un ottimo strumento di crescita, formativo e stimolante. Ma ricordiamoci che i bambini non sono adulti in miniatura. Rispettiamoli e rispettiamo le loro specifiche tappe di sviluppo psico-fisiche.

IL METODO “SANDWICH”

18 Set
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Il metodo “SANDWICH rappresenta un’utile modalità per comunicare una critica costruttiva o più semplicemente fare un’osservazione ad una persona/giocatore particolarmente permalosa o insicura. E’ un metodo efficace per non far sentire il “peso” della critica stessa, che a volte pone l’atleta, specie se giovane e/o insicuro, in una condizione di sfiducia ulteriore nei propri mezzi e capacità. Un complimento infatti, soprattutto quando proviene da una persona investita di autorevolezza (come l’allenatore, il maestro, o un genitore), porta con sé un’enorme carica di fiducia; allo stesso modo una critica negativa, in particolar modo se formulata da una figura significativa per il giocatore, può comportare sentimenti di sfiducia e demotivazione. Queste conseguenze naturalmente dipendono da numerosi fattori (personalità dell’atleta, frequenza dei complimenti e delle critiche, età, sesso, contesto, livello agonistico, ecc.), ma certamente il metodo “sandwich” può risultare un valido strumento per comunicare una critica od un’istruzione in un contesto di piena fiducia.  Da non dimenticare poi il valore della comunicazione non verbale. Se ad esempio associamo un complimento ad un comportamento “non verbale” che comunica disinteresse, comunicheremo anche quest’ultimo ed il complimento non sarà servito a nulla. In cosa consiste il metodo “sandwich” dunque? E’ molto semplice. Esattamente come in “panino imbottito”, dovete “imbottire la critica che volete comunicare. Fate alla persona un complimento, ad esempio elogiandola per l’impegno che sta mettendo nel proprio lavoro o negli allenamenti. Comunicate poi la critica (costruttiva), ed infine chiudete il dialogo con un altro complimento, ad esempio: “bravo, continua in questo modo ed otterrai grandi risultati!”. Vedrete che la critica, oltre ad essere accettata, porterà anche gli effetti desiderati!
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O CAPITANO! MIO CAPITANO!

5 Set

FIVB Beach Volleyball World Championships, Main Draw

 

Racconto di Daniele Zandò, allenatore e preparatore atletico professionista. Scrittore per passione. 

Stanno per scoccare le due di una mite mattina di Maggio e sono ancora sdraiato sul divano di casa mia. Occhi spalancati e l’adrenalina che finalmente va sciamando. La stagione precedente avevamo portato a termine un’impresa incredibile. Una sola partita persa e promozione in pompa magna alla categoria successiva. Un anno di festa si potrebbe dire. La realtà aveva raccontato di una squadra con talento e una mentalità operaia. Sempre pronte al sacrificio, allenandosi con costanza tutto l’anno. Erano una buona squadra, decisamente non la più forte all’inizio, ma si sono imposte con autorità.

Il nuovo corso quindi imponeva una salvezza e, vista l’annata trascorsa da qualche mese, si pensava più che fattibile. A complicare la situazione un doppio salto di categoria causa cambio del regolamento.

Sin dalle prime battute si fantastica su promozione, campionato da giocare per ambire a posizioni importanti e così la squadra operaia torna in cantiere.

L’illusione che nulla sia mutato comincia a sgretolarsi a sole tre settimane dall’avvio dei lavori. La presenza agli allenamenti comincia a essere bassa. La prima amichevole ci regala una prestazione con conseguente vittoria falsa quanto una promessa politica durante la campagna elettorale.

Il numero di giocatrici agli allenamenti sarà ridotto al lumicino e le successive amichevoli mostreranno una squadra in stato confusionale, priva di idee di gioco e di ordine.

L’avvio di stagione non solo sarà difficile per i risultati, che definire pessimi sarebbe un eufemismo, gli attriti interni alla squadra e qualche parola di troppo dagli spalti renderà il periodo infuocato come una torrida giornata nella Death Valley.

Giunti a questo punto, con una squadra distratta, allenatori con maggiori competenza sugli spalti rispetto a quello che abitualmente guida la panchina, ci si trova a dover capire come raddrizzare la rotta di una nave che punta dritta verso delle minacciose cascate.

Una vittoria conquistata sul campo ringalluzzisce la compagine che ha perso la retta via e per qualche settimana sembra che si stia tornando in carreggiata. Chiaro che avere una sola squadra alle spalle in classifica fa pensare che la stagione, per come è stata programmata, sarà una disfatta.

Si passa al piano B riducendo il numero di allenamenti settimanali, cercando di far respirare un gruppo che sembra soffocare dalla pressione dei continui impegni in palestra.

Il livello di prestazione sale. Si cominciano a vedere dei risultati a livello di gioco e lo spogliatoio ormai è cementato il che fa guardare al domani con sereno ottimismo. Si arriva alle ultime tre partite della stagione, nelle quali ci si gioca semplicemente un miglior posizionamento ai play-out.

Quella delle tre sfide più semplice verrà vinta 3-2 soffrendo per più di due ore. La più difficile regolata a nostro favore in casa per 3-0 e quella alla pari ci vedrà uscire sconfitti 3-2 lontani dalle mura amiche.

Per preparare i Play-Out, ossia due anni di programmazione in una manciata di set, si hanno a disposizione circa due settimane. La squadra anche in questo caso non riesce a dare la presenza fisica e a volte mentale che ci si aspetterebbe vista la situazione. Si aggregano al gruppo due ragazze della seconda squadra, due ottimi elementi che aiutano ad alzare il livello di gioco e rimpinguare le fila scarne durante le sessioni lontane dal pubblico.

Nella gara di andata inizia con una tensione incredibile. I volti dell’una e dell’altra squadra sono come pietrificati. I primi punti saranno quasi tutti errori. La squadra ospite ha disputato un’ottima stagione, mettendo in mostra un sesto posto condito da trentatré punti, ossia quasi il doppio dei nostri diciotto e nettamente più avanti del nostro decimo posto.

Gli avversari sono chiaramente più forti, con un gioco più veloce e, seppur sbagliando anche loro, il nostro massimo di questa sera serve a malapena ad arrivare a ventidue punti in due set. Si perde 3-0, senza scusanti e senza poter recriminare nulla. Cala il sipario e la gente comincia mestamente a defluire dalla palestra.

Il post partita è il momento in cui bisogna capire cosa si è sbagliato, al contrario si cerca di trovare qualcosa che sia andato bene.

Riparto da cosa è girato. Abbiamo a disposizione due allenamenti e vedremo di fare il possibile. La presenza del primo è corposa, nel secondo causa vari impegni diciamo limitato. Si va a cercare di uscire a testa alta da questi Play-Out.

Il primo parziale è subito acceso. Errori da entrambe le parti con la squadra di casa, quella messa meglio in classifica al termine della stagione, che verso metà set ha un guizzo che la porta fino al 21-17. Mi giro verso la mia panchina per capire eventuali cambi, oppure come far giocare tutte nel caso di probabile sconfitta nel set. Avendo perso 3-0 l’andata alla squadra ospite, cioè noi, basta perdere un set per abdicare dalla categoria.

Poca presenza, a volte testa lontana dalla palestra o infortuni vari ma, in questi due anni, una cosa la mia squadra l’ha imparata: lottare sempre. L’ha imparata talmente bene che in questo primo set lo ricorda anche a me, vincendolo davanti a un pubblico di casa attonito.

Capisco che non tutto è perduto, che finché la matematica, il fato o come lo si voglia chiamare non ci abbia condannato agli inferi della terza divisione bisogna provare a scalare le pareti dell’inferno.

Do indicazioni alle mie giovani in campo, ridisegno la difesa in base a chi attacca e da un momento all’altro mi ritrovo con un joy-stick in mano a disputare la gara. Le ragazze sono talmente concentrate che eseguono qualsiasi indicazione gli venga dettata. Sul finale di set siamo ancora noi avanti, ora ci giochiamo tutto nell’ultimo parziale.

Il ritmo sale, il pubblico ospite incalza la squadra a più non posso. Siamo sul 19-15 per noi e opto per un cambio. Il nostro laterale di esperienza è visibilmente provato e inserisco una delle due giocatrici della seconda squadra. Fatichiamo in attacco ma abbiamo guadagnato sulla parte difensiva con l’innesto di energie fresche. Errori, punti, azioni e grida… di gioia… computo dei set pareggiati.

Essendo pari come numero di set tra andata e ritorno si giocherà un ‘golden set’ che come regolamento sarà uguale ad un tie-break. Al termine la squadra vincente disputerà la seconda divisione l’anno seguente.

Siamo in fase ‘macchina’ come la definisco io. Sentimenti ed emozioni non ci appartengono in questo momento, abbiamo solo in testa una cosa: giocare per vincere.

Gli avversari sono stremati il che ci rende la vita facile, di fatto dei primi otto punti apposti nella nostra parte del tabellone elettronico quattro saranno errori in battuta della squadra di casa.

Dopo il cambio campo inciampiamo in un momento negativo. Gli attaccanti faticano a passare e la minaccia di perdere il gruzzolo intascato comincia a farsi pressante. Proviamo soluzione da ogni dove ma è la palleggiatrice che spedisce la palla verso la zona 1 avversaria al secondo tocco allontanando così nubi e paure. Vedo qualche volto delle mie eroine tirato per la pressione dell’impresa, a volte vincere è così bello che fa paura.

Arriviamo sul 14-8, ci manca un punto, il muro avversario non trattiene, porta la palla nel suo campo e le grida inondano la palestra come uno Tsunami. Si è compiuta l’impresa, o meglio, hanno compiuto l’impresa.

In mezzo al campo mentre sostengo una posa per una foto, un abbraccio o un saluto fatico a metabolizzare quanto accaduto. Fino qualche ora prima ero convinto che la sera sarei andato in branda sconfitto da un evento sportivo, quindi ora i miei programmi vanno, fortunatamente, in frantumi come un vaso di coccio che cade da un tavolo.

Ci avviamo verso l’uscita per i soliti commenti di rito e realizzo che è stata la mia ultima partita con tutte loro. A Gennaio avevo informato la società che non avrei proseguito come tecnico della squadra. Le assenze e la poca motivazione erano sicuramente anche colpa mia, quindi era meglio cambiare la guida per dare una scossa o comunque limare uno dei problemi.

Mentre tutti festeggiano con sorrisi che potrebbero sfidare le leggi della biomeccanica, io sono combattuto, perché pur sapendo di aver preso la giusta decisione, il vuoto incolmabile che lasceranno tutte loro nella mia vita sarà un peso che porterò per molto tempo.

Nell’ultimo incontro mi hanno fatto capire che ogni minuto speso con loro era valso più di ogni altra cosa e, dopo essere salite sui loro banchi come nel famoso film ‘L’attimo fuggente’, mi hanno tributato l’ultimo saluto: ‘O capitano! mio capitano!’.

CIAO TITO! di Andrea Rota

30 Apr

Tito-Vilanova

La storia di Tito Vilanova trascende la semplice vita di un allenatore di calcio. 
Succede infatti che a Barcellona, una città intera, resti attonita di fronte alla morte di un uomo di 45 anni malato di cancro. Ma come? Di cancro si sa, si può morire,anzi è più difficile batterlo piuttosto che soccombere al dolore. Ma forse, l’invincibilita’ di una squadra perfetta, ha permeato tra la gente l’idea che uno dei suoi artefici principali diventasse invincibile anche rispetto alla malattia. Ai funerali di ieri, nella cattedrale di Barcellona, si sono radunate molte persone per le esequie: “Tito per siempre eterno”, si’ perché il ricordo di Tito rimmara’ scolpito per sempre tanto quanto quello di una squadra unica, che ha fatto la storia del calcio recente. 


Un suo ex giocatore, Eric Abidal, francese di passaporto e sopravvissuto ad un cancro al fegato, ha detto: “grazie per la lotta”. Lotta, quella che ogni giorno i malati di cancro affrontano; si dice che vincere il cancro sia una questione di forza mentale, di coraggio; probabilmente è così, ma è anche vero che quando la fatalità ed il destino ci colpiscono, non possiamo farci niente. Ecco, forse è questo che ha colpito la gente di Barcellona, l’uomo giovane che vinceva, e alla grande, ai bordi del terreno di gioco, soccombe invece al fato che lo vede vittima di una malattia che più democratica non ce n’è : può colpire tutti indifferentemente. Lascia una moglie e due figli. Il figlio maschio,Adria, giocatore della cantera blaugrana, lo ricorda con un commovente saluto al termine dei funerali:”un esempio,sarai il mio angelo” “mi hai insegnato a lottare con saggezza, cuore e palle” si’, perché per affrontare la vita ci vogliono gli attributi, e comunque andra’ a finire, quello che lasceremo, sarà il ricordo del nostro carattere e quello che avremo trasmesso alle persone a noi vicine. E allora: “animo Tito!” 

“L’idea della morte non potra’ mai essere separata dall’idea di Dio”

(Antoni Gaudi’) 

COSTRUIRE UNA SQUADRA VINCENTE

29 Lug

squadra vincente

Il sogno e l’obiettivo di ogni allenatore è quasi sempre quello di guidare un gruppo affiatato e di successo. Le più belle imprese sportive di squadra sono spesso caratterizzate dalla presenza di gruppi coesi e ben amalgamati. Difficilmente si ottengono risultati quando una squadra non è tale ed i singoli atleti sono disuniti. Quando succede si tratta di episodi. L’Italia del primo Lippi, l’Inter di Mourinho, la nazionale di Velasco nel volley, il “Lodi stagione 2009” dell’hockey su pista, e moltissimi altri modelli, sono esempi di quanto incida il fattore “squadra” nell’ottenimento di un successo sul campo.

Costruire un gruppo però non è impresa facile. Servono diversi fattori: personalità e carattere dei singoli, una buona dirigenza che supporti il lavoro dell’allenatore, un ambiente di lavoro dove siano ben definiti i ruoli ed i confini di ciascun attore, e soprattutto un coach autorevole ed in grado di lavorare come un direttore d’orchestra che dirige sapientemente i propri musicisti e sia in grado di amalgamare suoni e strumenti apparentemente diversi tra loro.

Come un bravo chef l’allenatore deve saper prendere tutti gli ingredienti, unirli e costruire una buona chimica tra loro, ottenendo così un piatto finale dal sapore unico e vincente. Non è una questione semplice. Partiamo dai ruoli. Ci sono i giocatori e lo staff tecnico. Ciascuno deve avere un ruolo ben chiaro e definito all’interno della squadra. Il direttore sportivo deve fare il direttore
sportivo, l’allenatore deve occuparsi di fare l’allenatore e non il dirigente, il team manager non deve occuparsi di questioni tecniche legate al ruolo del mister e così via.

Ciascun componente deve rispettare il lavoro altrui, legittimandolo e senza interferire in compiti non suoi. Definire e far rispettare queste direttive è compito della dirigenza che a inizio stagione, anzi prima, dovrebbe aver costruito e sapientemente scelto i vari attori che andranno a comporre lo staff. Una volta definiti i ruoli incomincia il duro lavoro dell’allenatore che, insieme con la dirigenza, deve a sua volta scegliere i ruoli relativi allo staff tecnico ed i giocatori che andranno a costituire la rosa.

Anche i giocatori devono conoscere assai bene il ruolo che andranno a ricoprire (riserva, prima scelta, titolare, difensore, attaccante, e via discorrendo). Se così non fosse potrebbero crearsi dei problemi nel corso della stagione agonistica. Questo discorso a mio avviso non è sempre valido: talvolta può essere utile che il mister crei all’interno dello spogliatoio, tra qualche giocatore, una sorta di competizione interna per ambire ad un posto da titolare, ma solo in certe occasioni e per certi giocatori. E’ dunque questa una valutazione personale caso per caso da parte del coach.

Un’altro compito molto importante che l’allenatore deve compiere, anche insieme alla dirigenza, è la scelta degli obiettivi. Non soltanto stagionali, concordati certamente insieme al Presidente ed ai dirigenti, ma anche e soprattutto a medio e breve termine, costruendo il lavoro passo dopo passo, anche chiedendo consigli ai giocatori, ascoltando il loro parere, coinvolgendoli. Una volta stabilito il lavoro da compiere, una volta cioè definito un’adeguato goal setting, è poi opportuno che il coach, da “democratico”, si trasformi in una figura più autorevole e diventi più direttivo.

Deve essere una guida, un faro, un punto di riferimento per i giocatori, deve saper essere duro con loro se la situazione lo richiede, deve essere insieme un padre, un amico, un dittatore, un leader. Deve cioè, in riferimento a chi si trova di fronte ed alla situazione contingente, saper plasmare e modificare il suo comportamento pur mantenendo una propria linea personale di comportamento. Deve costruirsi e guadagnarsi il rispetto dei giocatori, dando l’esempio, fornendo soluzioni tecnico-tattiche adeguate, guidandoli e coccolandoli, ma anche, se necessario, punirli e dare loro indicazioni precise.

Deve anche saper costruire un clima di fiducia e positività nei suoi giocatori, fornendo loro precisi feedback, lavorando su ciò che non funziona ma inviando loro anche messaggi positivi e adeguate direttive sul lavoro che si sta svolgendo. Esistono precisi esercizi che un allenatore può condurre, per meglio amalgamare il gruppo. Molto interessanti sono i momenti di stretching, quando c’è il tempo di parlare ai propri atleti e condurre interessanti attività di team building. Gli stessi giochi possono essere condotti attraverso esercizi tecnici o anche atletici. Anche fuori dal campo le possibilità di costruire un gruppo coeso e compatto sono innumerevoli.

Ci sono allenatori che organizzano settimanalmente degli incontri informali, una cena, un’uscita in gruppo, che aiutano moltissimo a cementare i rapporti tra gli atleti. Il lavoro di un allenatore dunque è molto importante e fondamentale per una squadra. In campo scendono i giocatori, ma il coach può davvero fare la differenza, oltre che a livello tattico, anche e soprattutto a livello dell’atteggiamento mentale.

Soltanto in questo modo, lavorando sul gruppo squadra, costruendolo, lavorando per obiettivi prestazionali, passo dopo passo, tenendo in considerazioni fattori di diversa natura, un allenatore può costruire una squadra vincente. L’inter di Mourinho, o la Juventus di Antonio Conte ne sono stati due straordinari esempi.

LINEE GUIDA PER LO SPORT GIOVANILE

3 Mag

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LE RESPONSABILITA’ DEI GENITORI (tradotto dal testo “Foundation of Sport and Exercize Psychology”, di Weinberg e Gould)

 

  • Incoraggiate il/la vostro/a bambino/a a fare sport, ma senza costringerlo e senza pressioni. Lasciate che sia lui/lei a scegliere quale sport praticare e quando smettere;
  • Cercate di capire che cosa vuole vostro/a figlio/a dalla propria attività sportiva, creando attorno a lui/lei un’atmosfera adatta al raggiungimento dei suoi obiettivi;
  • Ponete dei limiti all’attività sportiva di vostro/a figlio/a. Assicuratevi che vostro/a figlio/a pratichi attività fisica in un contesto protetto, sia dal punto di vista fisico che emotivo;
  • Assicuratevi che gli allenatori siano qualificati;
  • Aiutate il/la vostro/a bambino/a scegliere obiettivi sportivi realistici ed adatti a lui/lei ed alle sue capacità;
  • Aiutate vostro/a figlio/a a rispettare l’allenatore, gli avversari ed i compagni di gioco;
  • Aiutate vostro/a figlio/a ad assumersi le responsabilità nei confronti dell’allenatore e della squadra;
  • Sappiate imporre in modo appropriato una disciplina a vostro/a figlio/a, quando necessario;
  • Supportate l’allenatore e/o lo staff medico circa eventuali problematiche o patologie di vostro/a figlio/a (es. allergie).

 

CODICE DI CONDOTTA PER I GENITORI (tradotto dal testo “Foundation of Sport and Exercize Psychology”, di Weinberg e Gould)

 

  • Rimanete in tribuna o sugli spalti durante le gare, evitando di intralciare il lavoro dello staff organizzatore;
  • Evitate di dare consigli all’allenatore su questioni tecniche o tattiche;
  • Evitate di parlare male dell’allenatore o dei dirigenti di vostro /a figlio/a;
  • Evitate di dare consigli tattici o tecnici a vostro/a figlio/a durante le competizioni;
  • Non bevete alcolici durante le gare;
  • Incitate la squadra del vostro/a bambino/a in maniera garbata, nei limiti imposti dall’educazione;
  • Dimostrate interesse ed entusiasmo, supportando vostro/a figlio/a;
  • Cercate di controllare le vostre emozioni;
  • Cercate di aiutare la squadra quando richiesto esplicitamente dai dirigenti o dagli allenatori;
  • Ricordate di ringraziare gli allenatori, gli arbitri, e gli altri volontari che organizzano le gare: spesso non sono retribuiti, l’unica forma di guadagno è un sorriso da parte dei ragazzi o un ringraziamento da parte dei genitori.

 

LA CARTA DEIDIRITTI DEI BAMBINI NELLO SPORT (UNESCO, 1992)

 

  • Diritto di divertirsi e di giocare come un bambino;
  • Diritto di fare lo sport;
  • Diritto di beneficiare di un ambiente sano;
  • Diritto di essere trattato con dignità;
  • Diritto di essere allenato e circondato da persone qualificate;
  • Diritto di seguire allenamenti adeguati ai propri ritmi;
  • Diritto di misurarsi con giovani che abbiano la stessa probabilità di successo;
  • Diritto di partecipare a gare adeguate;
  • Diritto di praticare il suo sport nella massima sicurezza;
  • Diritto di avere tempi di riposo;
  • Diritto di non essere un campione.